Voi e il vostro microscopio

Che poi il microscopio risulti tutto vostro oppure che semplicemente vi sia stato affidato per la settimana del corso o per svolgere le mansioni assegnatevi, cari amici (vicini e lontani), non fa quel granché di differenza: che vi ha sempre detto lo zio Luigi? Che chi il microscopio non lo accudisce come fosse il proprio pupo – che dico? come la pupilla dei propri occhi – merita che gli vengan mozzate via le manine. Rammentate? Non levare mai gli oculari dalla loro sede, onde evitare infiltrazioni, nel sistema ottico, di polvere, pulviscolo atmosferico, residui vaganti vari. Rifuggire dalle contaminazioni fumogene delle lenti del sistema ottico come dal demonio: a lungo andare la patina di fumo – di sigaretta, sì, di sigaretta – che inesorabilmente va a depositarsi sulle lenti ne può procurare l’offuscamento e la corrosione. Avere sempre l’avvertenza di controllare la messa a fuoco – regolandola alla propria vista – sia passando da analista ad analista, sia nel passare da un giorno all’altro, come pure in tempi diversi e distanziati della stessa giornata (vedi mai che qualcuno, en passant, non vi abbia piazzato su l’occhio e pure le mani sue, adattandolo alla propria, di vista). Lo scotto che si paga, in tal evenienza, e dopo una mezz’ora di lavoro a vista non regolata, è – se va bene – di rimediare una certa nausea e, nel peggior dei casi, una bella emicrania. Vi vien da ridere? Provateci e poi riferitemi.

Non dimenticate mai che il vostro (per davvero) o vostro (per finta) microscopio è l’estensione dell’occhio vostro, quell’“occhio” che va a frugare nei recessi della gemma in esame, in ispecie se trattasi d’una gemma di colore e se il caso in essere è quello del riconoscimento del naturale dal sintetico. In tal eventualità non vi sono né Santi né Madonne che tengano: senza microscopio v’attaccate al tram. Perché è dalle caratteristiche inclusioni o del materiale sintetico o di quello naturale che vi verrà la risposta al quesito, nella maggior parte dei casi (sempreché vi siano almeno due inclusioni tipiche o dell’uno o dell’altro materiale; diffidate dell’inclusione singola, ché talvolta questa si rivela una vigliacca traditrice). Passi per lo smeraldo, che in diverse occasioni v’offre la scappatoia o d’una densità o d’indici di rifrazione diversi nell’un tipo e nell’altro, nelle varie versioni, ma se doveste incappare nel rubino e nello zaffiro o altre pietre, ove differenza in questi parametri identificativi non v’è, saran dolori se voi e “lui” non sarete pappa e ciccia. Che dire poi se quel che vedete non è bene a fuoco? Come andar di notte.

Una cosa va chiarita per benino, comunque: mentre il rifrattometro vi sciorina precisi valori di lettura ed il polariscopio vi offre delle ben definite reazioni che voi avrete modo d’interpretare ai fini diagnostici, l’ineffabile “due occhi” non vi dà un bel niente. Sta a voi interpretare quel che “esso lui” vi consente di vedere, stanti gli ingrandimenti e la risoluzione (e sempre sia ringraziato in ogni momento il santissimo e reverendissimo strumento). Morale: non ve la potete sfangare senza “conoscere biblicamente” – quasi – le vostre amiche inclusioni. E qui lo zio Luigi, assieme ad altri zii, s’è riproposto di soccorrervi col principiare un’apposita dedicata rubrica sull’erigenda piattaforma Web della novella Associazione IGI – International Gemological Institute – Italy. Senza esser entrati in intimi colloqui con le inclusioni, “lui” rimane muto come un pesce. Ma una volta svezzati, ammappete quante te ne racconta, il nostro!

Ci passerete le ore, ve lo confermo io che di pietronzole, sotto quelle lenti, ne ho fatte transitare a migliaia. E non vi dico la goduria che certe caleidoscopiche viste di inclusioni offrono: ci si può sbizzarrire, nelle descrizioni interpretative, più d’un critico d’arte in una pinacoteca. Coi quarzi e le acquemarine, poi, è una libidine tremenda. Non potrò mai dimenticare quella volta che, con lo zio Alberto (Scarani), ci si divertì quasi un’ora a rincorrere, in un’acquamarina, la bolla gassosa d’una bifase “a livella” che, col calore del pozzetto luminoso, rotolava avanti e indietro per poi scomparire come Fantomas. Spegnendo il microscopio, dopo dieci minuti ricompariva. Le si fece la posta finché non si riuscì non solo a fotografarla, ma pure a filmare la danza e la “fuitina”. Che figata tremenda! Ah, dimenticavo: una volta entrati in corrispondenza d’amorosi sensi col vostro microscopio (e soprattutto, con le amiche inclusioni), potreste anche partire da lì col processo identificativo, tanto son caratteristiche d’una certa gemma certe inclusioni, confermando poi con polariscopio, rifrattometro e bilancia idrostatica. Ma non prima d’essere diventati intimi e sodali! E con queste raccomandazioni, v’impartisco la mia paterna benedizione,

il sempre vostro, Zio Luigi.

Di Luigi Costantini, pubblicato su Rivista Italiana di Gemmologia n. 1, Maggio 2017.

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