Lo strano revival degli zaffiri termodiffusi. Questa volta però sono sintetici

Un prodotto che sembrava gemmologicamente inquadrato

A partire dagli anni 80 del secolo scorso la termodiffusione superficiale dei corindoni, ottenuta con l’utilizzo di ossidi di Titanio, alluminio e ferro mediante riscaldamento, ha costantemente consentito al mercato di offrire quantità considerevoli di zaffiri blu dal colore attraente, spesso in lotti calibrati per misura. Il prezzo decisamente contenuto rispetto agli zaffiri blu naturali ha fatto registrare progressivamente un certo favore da parte delle imprese di gioielleria desiderose di contenere i prezzi e di procurarsi pietre in modo continuativo e sempre di qualità molto omogenee. Dall’introduzione del brevetto del 1975 della Union Carbide fino al nuovo millennio, si registrarono numerose vendite ingannevoli. Soprattutto in Italia molto materiale, seppure proveniente con descrizione corretta da Golay Büchel, il primo distributore, penetrò il mercato orafo come zaffiro blu naturale. In effetti però da anni non è azzardato rilevare che lo zaffiro blu termodiffuso è una tra le pietre tutto sommato meno ingannevoli, vuoi per la relativa semplicità dell’identificazione, vuoi per l’ampia letteratura gemmologica che l’ha resa popolare e riconoscibile. Nel 2016 tuttavia è successo qualcosa di imprevisto.

Fig. 1 – Esemplari di zaffiro termodiffuso sintetico (in alto) e naturale (in basso) osservati in immersione in ioduro di metilene. Nel materiale sintetico non sono osservabili inclusioni tipiche del naturale.

In Thailandia, principale piazza dei vari trattamenti dei corindoni, inclusi quelli di termodiffusione superficiale e/o profonda, i principali produttori di zaffiri blu termodiffusi hanno dovuto constatare un brusco calo delle vendite e delle richieste a partire dal secondo quadrimestre. Da quanto si rileva, negli ultimi anni la domanda però si era assestata su un trend di una certa stabilità, con ordini provenienti da più parti dell’Europa e dell’Asia, con particolare vivacità dei numerosissimi operatori indiani presenti a Bangkok, impegnati sia nelle fasi di mediazione che di distribuzione. Va inoltre ricordato che una parte considerevole del business dello zaffiro termodiffuso avviene nella città di Chantaburi dove sono attivi la maggior parte degli specialisti del trattamento e dove sono commerciate considerevoli quantità. In questa località, affollatissima nei week-end e dove si lavora spesso su tavoli all’aperto, il materiale passa di mano in modo grazie ad una fitta rete di broker e ad una massiccia presenza di buyer. In queste condizioni l’identificazione resta problematica e comunque si rischia di non poter rintracciare, nella massa, il broker che ha effettuato la transazione.

Fig. 2 – Confronto tra spettri di assorbimento UV-Vis-NIR di zaffiri termodiffusi sintetici (in alto) e naturali (in basso). Da notare, nel materiale sintetico, l’assenza delle bande a 375 e 388 e 450 nm causate dal Fe3+ . Alcuni dei campioni naturali presentano banda di assorbimento a 860 nm dovuta a trasferimento di carica tra Fe2+ e Fe3+ rivelandone l’origine magmatica.

Un sospetto calo dei prezzi

Alcuni produttori di zaffiro termodiffuso ci hanno riferito, già verso la metà dell’anno scorso, che alcuni loro clienti abituali avevano interrotto gli acquisti poiché sostenevano di aver trovato a Chantaburi gemme con trattamento di termodiffusione a prezzi inferiori anche del 30% rispetto a quelli abituali. Nella maggior parte dei casi la valutazione e la verifica si erano però limitate solo all’osservazione della concentrazione di colore sulla faccette, un dato ritenuto sufficiente, secondo i buyer, a determinare l’autenticità, soprattutto in casi di grandi lotti di piccole misure. Va però considerato che una buona parte dei burner thailandesi, anche ammesso che non abbiano una compiuta ed approfondita competenza gemmologica, hanno costituito imprese con reputazione di serietà ed una riconosciuta esperienza commerciale poiché devono approvvigionarsi continuamente della materia prima, dallo Sri Lanka o dal Madagascar. Sono ottimi commercianti ed usano negoziare quantità rilevanti se, durante i loro viaggi, rinvengono materiali con caratteristiche idonee ad ottenere pietre con toni di un blu profondo, prive di inclusioni facilmente osservabili ad occhio nudo.

A settembre 2016 alcuni importatori e burner di zaffiri termodiffusi addirittura ci hanno rivelato che, per parere condiviso tra molti specialisti, sarebbe stato pressoché impossibile praticare i prezzi che si stavano spuntando a Chantaburi. Soprattutto sarebbe stato proibitivo competere per pietre superiori ai 4 carati in quanto, secondo i burners, il costo di acquisto di zaffiri grezzi incolori o quasi incolori per ottenere pietre di quelle dimensioni non era compensato dai ricavi. La precarietà delle dotazioni strumentali disponibili a Chantaburi, nonché la frettolosità delle indagini non consentiva pronunciamenti autorevoli. Talvolta laboratori minori si sarebbero spinti a dichiarare di non essere in grado di redigere una diagnosi o, peggio, rilasciavano report in cui si riconosceva l’impossibilità dell’identificazione.

Nel mese di febbraio del 2017, durante la fiera di Bangkok, alcuni compratori esterni alla Thailandia, scettici, hanno deciso di condizionare l’acquisto di alcuni appetibili zaffiri termodiffusi di peso significativo, al parere del GIT (The Gem and Jewelry Institute of Thailand), la cui direttrice, la Dr.ssa Pornsawat Wathanakul ha dichiarato alla Rivista Italiana di Gemmologia che “il grezzo di zaffiro naturale incolore, una volta usato solo per la diffusione superficiale, oggi è di preferenza trattato con berillio. La carenza di zaffiri blu ha incoraggiato i mediatori commerciali a introdurre sul mercato zaffiri blu sintetici trattati per termodiffusione superficiale. Le ragioni per le quali questa produzione è molto aumentata risiedono, oltre che in intenti ingannevoli, anche nel fatto che rispondeva alle esigenze di uno specifico cliente che voleva lo stesso colore per ciascuna categoria di grandezza, dichiarandone correttamente le caratteristiche. Inoltre il costo del grezzo di zaffiro incolore naturale grezzo negli ultimi anni è aumentato. Il trattamento di diffusione profonda con berillio consente di ottenere, oltre il blu, un’ampia gamma di colori attraenti e richiesti. È del tutto evidente che questo metodo è preferito alla diffusione superficiale. Il corindone blu sintetico non può essere usato per la diffusione al berillio poiché ne verrebbe fuori un colore marrone invece del giallo”.

Fig. 3 – Spettri a fotoluminescenza. Nel materiale naturale (in basso, in rosso) si evidenzia solitamente la reazione dovuta al cromo che, nel sintetico è generalmente abbinata ad un’ampia banda tra 630 e 710 nm.

Il GIT ha registrato l’insicurezza del mercato. Ecco le nostre rilevazioni

In seguito, a marzo 2017 abbiamo ricevuto alcuni campioni raccolti in un’azienda di Bangkok e venduti per zaffiri naturali termodiffusi, ritenuti da controllare per una richiesta alquanto modesta e per una sospetta mancanza di inclusioni a 20x e li abbiamo sottoposti, in Italia, ad alcuni test. Il materiale esaminato presentava ad un primo sguardo la tipica intensa saturazione ed il tono degli zaffiri naturali termodiffusi presenti ormai da decenni sul mercato. Abbiamo proceduto ad esaminarli cominciando dal test per eccellenza quando si sospetta una termodiffusione superficiale: l’osservazione microscopica in immersione (Fig. 1). Oltre al prevedibile pattern tipico con concentrazione del colore sugli spigoli e diversa intensità sulle faccette non è stato possibile rilevare altre inclusioni. Inutile dire che la ricerca di bande curvilinee tipicamente associate al materiale sintetico fusione alla fiamma non ha portato ad alcun risultato; la presenza dello strato superficiale dovuto alla termodiffusione impedisce al fenomeno di manifestarsi. Abbiamo poi sottoposto i campioni a spettroscopia UV-Vis-NIR (Fig. 2); tutti i campioni presentano uno spettro di assorbimento compatibile con il sintetico Verneuil. Da evidenziare, nello specifico la totale assenza delle bande di assorbimento a 375 e 388 nm causate dal F3+ presenti nel materiale naturale. La spettroscopia a fotoluminescenza (PL) rivela i tipici picchi di emissione a 693,2-694,5 nm dovuti al cromo accompagnati da un’ampia banda (630-710 nm) che è caratteristica del Verneuil ma non diagnostica in quanto può essere visibile, seppur raramente, anche in materiale di origine naturale (Fig. 3). La spettroscopia FTIR ed osservazione agli ultravioletti non hanno fornito risultati utili all’identificazione.

In conclusione, osservazione microscopica abbinata a spettroscopia UV-Vis-NIR e fotoluminescenza costituiscono un efficace protocollo di analisi per l’identificazione dell’origine sintetica negli zaffiri termodiffusi. Accertare un trattamento di termodiffusione non elimina il rischio che questo possa essere stato praticato su un corindone sintetico.

Bibliografia
Kane E., Kammerling R.C., Koivula J.I., Shigley J.E. and Fritsch E. – THE IDENTIFICATION OF BLUE DIFFUSION-TREATED SAPPHIRES – G&G, Summer 1990, pp 115-133.

 

 

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A cura di Alberto Scarani e Paolo Minieri, pubblicato su Rivista Italiana di Gemmologia n. 1, Maggio 2017.

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