Via dalla città. Un nuovo spazio per gli orafi napoletani

Articolo scritto da Paolo Minieri e pubblicato nel volume curato da Libera D’Alessandro “City, Retail and Consumption”, edito dall’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” nel 2015.

Introduzione

Agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso un manipolo di orafi, produttori e commercianti napoletani pianifica un progetto ambizioso: la delocalizzazione  delle proprie  imprese in una nuova area dotata dei requisiti necessari per un ammodernamento ed un potenziamento del comparto. Si tratta di un progetto coraggioso, anche se va riconosciuto agli imprenditori di Piazza Mercato la primogenitura del riposizionamento di un intero tessuto distributivo dalle sue radici urbane al nuovo insediamento del CIS di Nola1. Ciò che colpisce gli osservatori al momento dell’ufficializzazione della nascita di una Società Consortile – il Tarì, nel 1992, con il compito di realizzare una struttura di ben 135.000 mq –  è che mai ed in nessuna parte del mondo s’era concepito di dar vita ad un agglomerato tanto esteso di orafi con vocazione industriale. Non si ravvisavano in sostanza quelle urgenze improrogabili causate dall’asfissia dell’area di Piazza Mercato, ormai incapace di sostenere lo sviluppo distributivo dei tessili. Essere innervati nel cuore storico di Napoli era al contrario per gli operatori di tradizione orafa una condizione vantaggiosa e distintiva, una prerogativa nobile a cui pareva incauto rinunciare.

Lo scetticismo aveva ragioni da spendere. Il formicolio operoso, dentro la città, dei gioiellieri e degli argentieri non cessava da almeno sei secoli: un tramandarsi sorprendente di know how e di tecniche artigianali nella continuità spaziale di un quartiere concepito dagli Angioini che ha funzionato senza mai registrare cedimenti o ridimensionamenti. Non identico destino s’era compiuto altrove. Anche a Napoli infatti gli insediamenti produttivi specializzati presero corpo per opera della suddivisione corporativa medievale  delle arti e dei mestieri ma, a differenza della quasi totalità degli analoghi distretti orafi urbani europei, quello napoletano ha goduto di una straordinaria longevità2. Se altrove le botteghe dell’oro erano state lentamente espugnate dall’affermazione delle nuove attività del terziario, a Napoli – al momento dell’ideazione e del lancio del progetto Tarì – il comparto appare in splendida forma e ancora insediato nel suo alveo storico.

Una fotografia degli ultimi anni Ottanta vede il quartiere napoletano dotato di centinaia di botteghe con una serie di funzioni ben delineate. Napoli assolve da un po’  ad un nuovo compito, la distribuzione di gioielleria, di gemme e di oggetti di fase di lavorazione intermedia messi a disposizione dal boom orafo nazionale che aveva proiettato dal dopoguerra il prodotto orafo nazionale al vertice della produzione mondiale3. Milano, Arezzo, Vicenza avevano efficacemente innovato la lavorazione del gioiello ricorrendo felicemente alle applicazioni dell’industria meccanica alla metallurgia, utili soprattutto per ridurre i costi delle lavorazioni. Ma una grossa quantità della produzione orafa settentrionale doveva essere collocata in Italia centro-meridionale, un mercato con una sete inestinguibile di oggetti in metalli preziosi. Si tratta di un retaggio legato a consuetudini radicate: il Sud celebra le occasioni sociali e le ricorrenze familiari suggellandole con doni concepiti come investimenti. Piazza Orefici, o semplicemente “Gli orefici”, come veniva storicamente designata l’area riservata alle attività del gioiello a Napoli, si configura come area di distribuzione del prodotto nazionale. In cima alla scala per valori scambiati vi sono i raccoglitori, aziende che commissionano a condizioni favorevoli intere partite dai fabbricanti specializzati. Costoro si rivolgono ai grossisti che alimentano quotidianamente i negozianti. Nell’area non sono rari i dettaglianti che con le loro vetrine avvicinano i consumatori alle migliaia di articoli trattati nel quartiere. La catena distributiva si caratterizzava per una robusta strutturazione in stadi intermedi fino alle forniture più minute.

Il quartiere napoletano non era meno importante per la lavorazione. Benché meno numerosi, non mancavano opifici con più di 50 addetti che si avvalevano delle tecnologie produttive più moderne come la pressofusione, i trattamenti galvanici avanzati ecc. Ma la vera spina dorsale del settore orafo napoletano era la corposa eredità di un artigianato fine sempre attento alla classicità ed alla pulizia dell’esecuzione, alle tecniche raffinate del traforo, insomma a tutti gli ingredienti del pezzo unico, di elevate caratteristiche estetiche.

All’elenco va infine aggiunta una cospicua quantità di piccoli laboratori specializzati in piccole produzioni, riattazioni, trasformazione e recupero di materie preziose.

Il Centro Orafo “Il Tarì” di Marcianise (CE)

Tarì. Alti e bassi di un progetto innovativo

Il nuovo sito da destinare all’insediamento degli orafi fu individuato nell’area industriale del comune di Marcianise, un territorio che stava attirando da tempo stabilimenti industriali che da Napoli ricercavano spazi meglio attrezzati e meno congestionati. Particolarmente interessante fu giudicata la vicinanza degli snodi autostradali dell’area casertana, in grado di offrire validi assi di collegamento a nord, a sud ed ad est della cintura metropolitana di Napoli. Fu perseguito per un breve periodo il tentativo di associare il nuovo centro al CIS di Nola nel tentativo di promuovere il rafforzamento di un unico polo produttivo e  commerciale per tessili, gioielli ed affini. Ma tale integrazione non si concretizzò e, nel 1996, il centro orafo “il Tarì” viene inaugurato a tempo di record con un investimento tra strutture delle singole aziende e parti indivise per uso collettivo di circa 75 milioni di euro4. Sono meno di tre centinaia le aziende che gradualmente attivano il passaggio al nuovo centro. Per un decennio la domanda di moduli si terrà molto alta poiché non è prevista l’estensione degli spazi e molti operatori scettici che erano stati riluttanti al trasferimento si disposero in ritardo a seguire l’iniziativa. Nello stesso tempo si accentua l’effetto centripeto anche verso l’altro significativo centro del gioiello campano, Torre del Greco con il suo corallo. Tradizionalmente autonomi ed integrati in un mercato internazionale, strutturati e solidi finanziariamente, gli imprenditori torresi del corallo nella grande maggioranza non si associano al Tarì ma ne seguono il modello progettando un intervento che centralizzi le lavorazioni ed il commercio in una nuova area attrezzata e moderna.

In questo contesto il Tarì registra un primo decennio in decisa crescita facendo leva su alcuni fattori assolutamente vincenti. In primo luogo lo scambio di oggetti preziosi avviene nella massima sicurezza di un fortino protetto che identifica e traccia gli ingressi. Ne conseguono effetti positivi nell’abbattimento dei costi assicurativi, assai ingenti in aree pericolose come i centri urbani. La distensione origina un continuo afflusso di visitatori, quegli operatori che avrebbero dovuto varcare le strette maglie degli ingressi urbani del vecchio distretto orafo e procurarsi affannosamente un parcheggio. Il tempo trascorso all’interno di una struttura moderna e funzionale permette poi la sinergia tra diversi operatori, l’offerta si diversifica e si instaura un regime di concorrenza benefico per la competitività complessiva. Adesso sono gli imprenditori degli altri centri nazionali ad accorgersi delle potenzialità dell’insieme casertano e gradualmente ricercano un posto o un partner nel Tarì.

Dal debutto e per un decennio circa si mantiene robusta la percentuale della componente industriale, rappresentata da aziende con più di venti addetti alla produzione. Intraprendere il potenziamento delle lavorazioni quantitative con un rilevante utilizzo di tecnologia sembrava la strategia giusta per salire qualche gradino nelle gerarchia dell’esuberante offerta orafa italiana5. Allo scopo si erano attivati un apposito organismo che associava i soci nell’intento di un avanzamento delle applicazioni industriali ed una scuola di formazione per addetti qualificati. A completamento del pacchetto dei servizi nel 1998 prende vita una serie di manifestazioni fieristiche che in breve si collocano tra quelle più significative del panorama italiano.

Il secondo decennio del Tari coincide con il rallentamento e con la stagnazione  complessiva dell’economia nazionale. L’industria orafa italiana segna un declino inevitabile6, perdendo quote di mercato: il paese passa dall’11% del 1997 al 6,7% del 2005 (scendendo, dal 1997 al 2004, dalla 4° alla 6° posizione nel ranking dei maggiori esportatori di oreficeria e gioielleria nel mondo7) sotto i colpi inesorabili di concorrenti ormai maturati quali la Turchia, l’India, la Tailandia, la Cina Popolare. I nuovi grandi protagonisti hanno il vantaggio di crescere proporzionalmente alla richiesta dei loro rispettivi mercati interni e, naturalmente, riescono ad appropriarsi quasi del tutto delle quote di questa crescita dei consumi domestici8. La ricetta che aveva funzionato per l’Italia a cavallo del nuovo millennio adesso funziona per i paesi asiatici. I redditi in espansione dei nuovi ceti medi vengono investiti volentieri in metalli e pietre preziose, al contempo risorse patrimoniali e gioielli della famiglia. In Europa sta accadendo il contrario: l’oreficeria non è concepita più come bene rifugio, come acquisizione di valori insostituibile  per  l’economia degli scambi tra famiglie. Nuovi modelli di consumo contendono al gioiello la palma di status symbol nel campo ad esempio dell’elettronica e della telefonia9.

Il Tarì riflette inesorabilmente il calo del comparto orafo italiano. Ne sono il segno la quasi totale scomparsa delle grandi imprese con più di 20 addetti alla produzione. La vocazione industriale che avrebbe dovuto rappresentare il salto di qualità per il mondo dei preziosi campano evapora lentamente sotto i colpi delle importazioni a basso costo di manifattura di componenti e semilavorati. Il centro si connota sempre più come polo distributivo contraddistinto più da assemblaggio di gioielli che da produzioni a ciclo completo. Altri distretti italiani, benché ridimensionati, conservano i loro elementi  qualificanti: il prodotto di Arezzo, avanzato tecnologicamente non viene intaccato più di tanto dalla concorrenza orientale in quanto sul costo del manufatto meccanizzato  poco incide la ormai costosa manodopera italiana. A Marcianise non si era fatto in tempo a promuovere un deciso avanzamento industriale che si avvalesse del meglio del know how italiano.

Se il salto verso un oreficeria industriale non riesce poiché tardivo, sembra funzionare invece l’altra scommessa, quella di creare uno snodo decisivo per la distribuzione del gioiello nel mercato centromeridionale. La varietà dei prodotti e dei servizi offerti a Marcianise fanno convergere al Tarì la totalità degli operatori in un raggio di parecchie centinaia di chilometri, associandola a vario titolo alle correnti che movimentano acquisti, vendite, promozione di preziosi con relativa filiera di servizi relativi quali la formazione, la certificazione delle gemme, l’assistenza doganale, di marketing e così via10. Alla già menzionata  contrazione delle movimentazioni di gioielleria sul territorio italiano il Tarì risponde con una naturale riformulazione della catena distributiva: i grandi operatori addetti al rifornimento dei grossisti spariscono di fatto. La loro mission è estinta dalla riduzione dei volumi a cui si aggiungono gli effetti della globalizzazione: accesso rapido alle fonti senza sbarramenti di soglie di acquisto. Si consolida però una nuova funzione, l’assemblaggio. La prossimità delle forniture di elementi semi finiti, di gemme sciolte, di astuccifici, di artigiani capaci nel ramo dell’incastonatura, dei trattamenti galvanici e di  rifinitura consentono anche ai dettaglianti di ideare e di autoprodursi proprie linee, inedite, differenziate e competitive nei prezzi.  Il Tarì, racchiudendo in uno spazio limitato centinaia di imprese, finisce per funzionare come una sorta di fabbrica specializzata divisa per sezioni, motivate da una continua tensione concorrenziale.

Il centro orafo Oromare di Marcianise (CE)

Centri produttivi e/o agglomerati immobiliari. Polo della Qualità e Oromare

Il processo complessivo che ha portato alla ricollocazione delle attività orafe in posizione esterna all’area urbana ha sollevato temi complessi e ha offerto opportunità che erano estranee all’orizzonte imprenditoriale degli operatori. Il Tarì infatti li ha proiettati in un territorio sconosciuto, da poco tempo dotato di infrastrutture dai diversi piani comunali redatti per ospitare attività produttive, servizi e grande distribuzione. Il decennio felice dello start up inoltre ha avuto l’effetto di infiammare la richiesta di spazi senza che si potesse corrispondere alla domanda poiché i moduli s’erano andati occupando in brevissimo tempo. Lo scenario ormai premiava l’investimento immobiliare assai più velocemente di quello produttivo, una situazione nuova che nella vecchia cinta urbana non si sarebbe mai potuta realizzare negli spazi esigui, obsoleti, non adeguabili agli standard sempre più esigenti delle normative e dei disciplinari.

In tale contesto furono gli imprenditori del corallo a concepire un reinsediamento nel traino del successo del Tarì. Le diverse obiezioni alla proposta di migrazione da Torre del Greco, considerato il senso di appartenenza e di identificazione specifica del comparto con il perimetro della città vesuviana, furono superate dell’impossibilita di addivenire ad un rapido accordo con l’Amministrazione locale. Al principio del millennio, una nuova iniziativa, animata da un gruppo di operatori del corallo, affiancati da un nutrito manipolo di orafi napoletani desiderosi di agganciarsi al modello apparentemente vincente del Tarì, era pronta a debuttare nel Comune di Marcianise. Oromare, il debuttante consorzio, in una prima fase progettuale avrebbe dovuto insediarsi a poche centinaia di metri dal Tarì, in un’area che alcuni imprenditori del primo centro avevano acquisito allo scopo di allargare l’offerta di unità produttive che un mercato ancora vigoroso stava richiedendo. Fu proprio il divario tra domanda e bassa offerta che convinse la nuova cordata di questi imprenditori del Tarì a non destinare gli spazi attigui al centro alla nascente formazione di Oromare, dirottato di forza ad alcuni km in direzione del nascente asse stradale.

Si dovette percepire che l’interesse orafo per il territorio del basso casertano avesse proporzioni da esodo verso una terra promessa. In tal modo si scommise addirittura su un terzo centro, il Polo della Qualità che sarebbe nato da una costola del Tarì, da questo distante poche centinaia di metri. Se le formule del Tarì e di Oromare  proponevano lo stesso modello incentrato su un dosaggio di imprese artigiane, distributrici e di supporto efficacemente raccolte in centri sicuri dotati di servizi comuni, il Polo della Qualità elabora una strategia differente. Ormai Oromare ha drenato una buona parte degli imprenditori orafi desiderosi di salire sul treno del decentramento fa Napoli e Torre del Greco incamerando le risorse che le imprese potevano mettere in campo per lanciarsi nella nuova avventura. L’aspetto immobiliare prende il sopravvento: il Polo della Qualità alza spavaldamente la posta ed arriva a prevedere 500 spazi in un insieme che vede la propria missione mutare ripetutamente. Lo spazio a disposizione non potrà essere occupato dal mondo del gioiello che pure ha risposto generosamente progettando ulteriori iniziative che mirano al consumatore privato e che assorbono ancora risorse proprie dal portafoglio degli imprenditori. Occorre accelerare la festosa ed ambiziosa giostra progettuale per collocare questa gran massa di unità disponibili e la dirigenza si tuffa in una continua ridefinizione dello scopo dell’opera. Vanno bene tutti i settori del lusso, vanno bene tutti i rami della distribuzione di beni di consumo, vanno bene gli studi delle libere professioni, vanno bene i servizi dell’industria del relax e della cura della persona. La fame di acquirenti di immobili modella il Polo come una struttura multiforme che disperde l’impulso originale di un’estensione del Tari in forma di outlet per il grande consumo al dettaglio in un rivolo contraddittorio di tante cose che hanno sempre meno in comune. Si acquisirono titoli di proprietà senza precise attività  nella sola certezza di un immediato rialzo delle quotazioni: il futuro non sarebbe appartenuto ai questi meravigliosi complessi disegnati per la grande distribuzione11?

Nel 2008 si possono allora contare tre grandi aree strutturate in società o consorzi nella provincia di Marcianise, tutte sorte per l’implementazione delle lavorazioni e della distribuzione dei gioielli. Un boom dell’oreficeria campana? Non lo si può affermare: la concorrenza asiatica morde, il mercato interno stagna, l’economia europea rallenta. La pretesa di poter insediare ancora diverse centinaia di imprese naufraga insieme ai progetti sovradimensionati se non addirittura faraonici. Nel giro di pochi anni le ambizioni del Polo della Qualità e di Oromare si traducono in due traumatici fallimenti12.

Borgo Orefici di Napoli (Foto: Wikipedia)

Il quartiere orafo urbano di Napoli si sgretola

 L’atto di nascita del Tarì non fu l’atto di morte del vecchio raggruppamento di botteghe addossate nell’angusto perimetro compreso tra porto e Corso Umberto I. La strategia del nuovo centro per la verità mirava al taglio netto col passato e non riteneva opportuno conservare legami con “gli orefici”: occorreva dirottare rapidamente i clienti a Marcianise, mostrare con forza i vantaggi di un distretto industriale moderno da promuovere in opposizione alle ristrettezze di un quartiere assediato dal traffico.

Lo spopolamento delle imprese attive a Napoli non è stata opera diretta del decollo del Tarì bensì della successiva operazione congiunta Oromare-Polo della Qualità che offrì, con forti attività promozionali, una stupefacente quantità di metri quadri alle aziende che non avevano risposto in tempo all’impulso di migrazione collettiva a Marcianise. Per contrastare la forza magnetica della nuova compagine orafa casertana, il vecchio quartiere di Napoli non aveva risorse da contrapporre. La bottega per produrre ormai doveva ottemperare ad adempimenti di sicurezza per gli scarichi, i fumi, i combustibili. Spesso l’Autorità amministrativa cittadina si trovava in condizione di negare la prosecuzione delle attività. I nuovi centri avevano un management, degli addetti, dei servizi, mentre il quartiere orafo non poté che costituirsi in un’Associazione con mezzi limitati ancorché supportati di tanto in tanto da misure agevolative degli enti locali13.  Inoltre le energie migliori si erano già spostate e nell’emorragia continua di risorse non è emersa, pur con tanti sforzi,  una leadership capace di raccogliere una sfida così impegnativa.

Il nome stesso della vecchia Piazza Orefici si trasforma in “Borgo Orefici”, un toponimo che non si può far risalire ad alcuna antica denominazione del quartiere. È un segno della ricerca di un’identità smarrita tra i colpi di cesoia per mezzo dei quali le aziende più rappresentative vollero evidenziare il distacco dalla città ai tempi della prima grande migrazione verso Marcianise. La fuga delle attività non si è arrestata, a causa delle disponibilità di spazi a prezzi sotto il mercato spalancati dal sovradimensionamento di Oromare e, in parte, del Polo della Qualità. Oggi passeggiare per le strette stradine a ridosso di Via Marina e del Porto è un’esperienza desolante14. Le saracinesche abbassate propagano un contagioso senso di ineluttabilità nel declino e nell’abbandono. Recisa la catena produttiva da quella distributiva le botteghe hanno finito per restringersi alle sole attività di dettaglio, quelle che non erano necessarie ai grandi centri del Tarì e di Oromare. Ma questa specializzazione in concreto ha prodotto solo negozi, gioiellerie e poche botteghe artigiane. L’offerta, che fino a due decenni fa si arricchiva di innumerevoli articolazioni che coinvolgevano produzione e commercio, grande distribuzione su scala centro meridionale e dettaglio qualificato, s’è appiattita sulla pretesa di rappresentare quell’originalità artigiana, peculiare di Napoli, che però da Napoli era andata via.

Mentre i nuovi centri, soprattutto il Tarì, avevano costituito per tempo al proprio interno, dei soggetti capaci di farsi carico delle attività formative, il “nuovo Borgo Orefici” ha un ritorno assai modesto dalla propria scuola. Quella tradizionale, la trasmissione dei saperi da maestri ad apprendista, è svanita con la fuga dell’artigianato. Quella moderna, fatta di banchi e microscopi, è stata attivata grazie alla concessione, in comodato, di spazi comunali generosi che avrebbero potuto dar vita ad attività educational di spessore. Ma il bilancio è assai modesto: pochi ragazzi che non possono preludere a un ripopolamento artigiano. Al declino della formazione professionale non si riesce a far contrasto poiché gli orafi napoletani da soli stentano a costruire una prospettiva. Allo stesso modo le iniziative di ripristinare un’identità acquisendo i diritti delle riproduzioni di gioielli ispirati ai reperti greci-romani, benché interessanti, si risolvono in un nulla di fatto. Nei tempi felici la piazza orafa era teatralmente idonea ad amplificare i segnali di creatività, perché crocevia e punto di incontri di innumerevoli attività. Oggi la distribuzione non si improvvisa: per imporsi le opere di ingegno creativo hanno bisogno di un piano promozionale e distributivo articolato e costoso. Il distretto urbano si va sgretolando in tanti segmenti che rappresentano frazioni sfilacciate e disarmoniche di quello che era  stato per secoli un organismo organizzato, solidale e completo.

Foto: Wikipedia

Il Distretto orafo Campano. La ricomposizione del tessuto

 La grande tradizione orafa campana si connotava storicamente per due forti concentrazioni di attività: il tradizionale quartiere napoletano vivificato dalle esigenze di una Corte borbonica quanto mai appariscente che gareggiava con le capitali europee per sfarzo e grandiosità ed il porto di Torre del Greco, capitale mondiale della pesca e della manifattura del corallo. Il Regno aveva una sua politica di protezione e di rilancio di un artigianato fine di cui sono testimonianza le numerose iniziative dalle porcellane di Capodimonte ai tessuti di San Leucio. Va ricordato che anche il decollo ottocentesco della trasformazione del corallo fu conseguenza di un progetto borbonico preciso, quello di attirare, per mezzo di concessioni e sgravi, la manifattura marsigliese, allora leader, nel napoletano.

Il lontano intervento borbonico intese incoraggiare le grandi energie artigiane in filoni caratterizzati e canalizzati. Solo nel 2002 si concretizza un intervento di pianificazione pubblica con simile  volontà di impattare e registrare le attività orafe sul territorio campano. Il POR regionale individua un distretto orafo in tre aree. Ormai quella  marcianisana è una realtà che si pretende industriale, il vecchio quartiere napoletano viene inquadrato come sede artigiana, mentre Torre del Greco resta il fulcro della trasformazione del corallo. In questi termini il distretto regionale individuato appare più la ratifica di un’evoluzione spontanea che il frutto di una pianificazione. L’iniziativa pubblica ha inseguito i movimenti degli imprenditori senza mai intervenire per tempo in un disegno organico che definisse i ruoli delle aree interessate.

Fondi europei hanno finanziato i servizi del Tarì, fondi Regionali ne hanno aiutato i progetti formativi, mentre l’Amministrazione comunale napoletana ha preso atto delle difficoltà del quartiere orafo e ne ha migliorato l’assetto. Nessuna regia di un piano integrato ha però ridato impulso al comparto in generale perché non si sono mai colti i nessi relazionali tra le differenti realtà. Quando nel 1996 si inaugurò la diaspora orafa, il tempio napoletano non era stato ancora distrutto, eppure nessuno si pose la domanda più semplice: che fare di Piazza Orefici? Un futuro radioso nel casertano distraeva gli imprenditori, molti dei quali non avrebbero più rimesso i piedi in quello che appariva un fardello di arretratezza, una cartolina del passato15.  A tale visione non si seppe porre i correttivi di una qualche forma di incentivazione alla conservazione di una sede urbana per quelle aziende più strutturate che avrebbero magari concepito, se incoraggiate, degli outlet al dettaglio, dei flagstore o show-room.

Il progressivo drenaggio delle attività nel casertano si sarebbe potuto controbilanciare  accreditando Napoli dei servizi più avanzati, quali la formazione, la creazione di un percorso Museale, lo sviluppo del Design, la prototipazione avanzata 3D. Ma tutte queste funzioni si sarebbero imposte solo nel tempo e gli imprenditori da soli non ne avrebbero potuto delineare lo sviluppo senza una forma  di partnership, nemmeno mai ipotizzata, con istituzioni ed enti locali.

Anche le tre realtà di Marcianise hanno fornito prova di scarsissima interazione. Posizionare una cordata di grandi firme del corallo proprio di fronte al Tarì? L’idea arrivò quasi al traguardo ma venne accantonata anche perché ci sarebbero stati dei sussulti nei valori immobiliari. Tra l’altro il nuovo centro, visto essenzialmente dal Tarì come competitore, si sarebbe avvantaggiato gratuitamente dei servizi di marketing, delle  iniziative fieristiche del fratello maggiore. Il progetto vincente da implementare a pochi metri dal Tarì fu quello di inventarsi un insieme di iniziative collaterali tra cui gli sbocchi di dettaglio che avrebbero potuto arrotondare gli utili delle aziende orafe. Quella che di fatto era rimasta la vocazione residua del vecchio distretto urbano fu una delle tante progettualità avanzate nel mastodontico business plan del Polo della Qualità: proposta di outlet orafi per i consumatori finali, botteghe orafe in semplice continuazione del Tarì, offerta generalista da centro commerciale, grande distribuzione, offerta ludica e ricreazionale, studi per professionisti. L’elenco riflette in trasparenza il vero intento ispiratore, una sostanziosa scommessa immobiliare che si manifesta in un incomprensibile ginepraio di eclettismi, tanti colori che sommati fanno il grigio di un inevitabile fallimento, tagliola crudele per tantissime piccole imprese, orafe e non, che sarebbero finite sul lastrico.

Ugualmente in tribunale sono finiti i libri di Oromare, la società consortile che era il gemello naturale del Tarì, figlio dell’altro gioiello della tradizione, quello torrese. Un drappello di imprenditori del corallo volle rispondere alla sfida  napoletana di darsi un assetto moderno in un’area attrezzata. Molti restarono a guardare in attesa di un primo riscontro, convinti che sarebbe stato complicato trapiantare tout court le competenze troppo ramificate nel comune vesuviano circa l’acquisizione della materia prima o la disponibilità di professionalità specializzate in migliaia di artigiani che attivano piccole imprese o collaborazioni saltuarie  cottimizzate. A differenza dei colleghi napoletani, molti imprenditori torresi non tifano per Marcianise. Sono molti quelli già strutturati, quelli scettici, quelli che restano alla finestra, quelli che fondano addirittura un consorzio per erigere in nuovo centro all’interno degli spazi comunali. A conti fatti solo una frazione di corallari partecipa attivamente alla costruzione di Oromare, assieme alla seconda e definitiva migrazione napoletana. Il centro apre sovradimensionato poiché molti moduli opzionati non vengono collocati per la crisi che deflagra con amara simultaneità, per l’attendismo prudente degli scettici, per gli effetti della piccola bolla orafo-immobiliare che aveva fatto capitolare il Polo della Qualità. A ciò si deve aggiungere l’aggravio di bilancio originato da una gestione ambiziosa, tanto fumosamente impegnata in una progettualità onerosa e spavalda quanto disinvolta nella ricerca delle coperture a sostegno.

Il dato di fatto che Oromare fallisca stupisce meno del fatto che nella disfatta si pongano le basi di una rinascita. Annullata la componente immobiliare, posti all’asta gli spazi invenduti, compressi ai minimi locazioni e costi accessori il secondo centro orafo di Marcianise sta vivendo in questi mesi una fase di intense adesioni. Sono le geminazioni spontanee di quel vasto indotto di piccole botteghe spazzate via dai costi troppo onerosi dei nuovi centri, di fatto ideati per amplificare la distribuzione strutturata, le vocazioni industriali o di artigianato fine ma non certo per facilitare l’inserimento diffuso di piccoli o piccolissimi operatori. A Oromare, in definitiva, confluisce il poliedrico tessuto che aveva ricamato la trama delle produzioni napoletane, quel condensato di capacità diffuse, di piccoli imprenditori che, formati in bottega, si lanciano con energia in nuove avventure. È un processo tipico dell’indotto artigiano che si potrebbe apparentare a quello dei batteri che garantisce il funzionamento ed il ripopolamento di quegli imponenti sistemi che senza il lavorio ecologico delle particelle elementari finirebbero per collassare.

Alla luce di queste constatazioni e riflessioni possiamo tracciare delle conclusioni sul caso della migrazione orafa campana. L’impulso alla ricollocazione territoriale, puramente ed esclusivamente generato da una visione imprenditoriale, ha operato positivamente sulla crescita soprattutto nel primo decennio. Quando nel secondo decennio gli enti pubblici locali hanno inteso intervenire per ridefinire i distretti hanno di fatto messo su carta la mappa che si era spontaneamente delineata. I poli di Napoli, Marcianise e Torre del Greco non avevano saputo da soli costruirsi nessi relazionali e sono rimasti scollegati senza che le istituzioni e gli enti preposti provvedessero ai correttivi di una incisiva  pianificazione regionale. Il risultato recente è che il polo fieristico del Tarì, non avendo fatto sistema e massa critica con gli atri insiemi, rimane escluso dal grande circuito internazionale disegnato dal Mise che privilegia Vicenza ed Arezzo nella nuova sfida dell’internazionalizzazione16. Il quartiere orafo cittadino in tutto ciò è nient’altro che quello che resta della diaspora. La prima migrazione ha allontanato le aziende più rappresentative che insediatesi al Tari hanno sostanzialmente e coscientemente minato i ponti di collegamento con la zona orafa cittadina, considerata in partenza un competitore. La seconda migrazione, più recente, traendo vantaggio dai costi abbattuti dal fallimento di Oromare ha spogliato definitivamente Napoli dell’indotto articolato di piccole imprese artigiane, un  tessuto vivace spesso sommerso che era il lievito storico del prodotto tipico.

Nonostante l’opera associazionistica  tenace di un manipolo di resistenti le imprese orafe della vecchia area specializzata risalente agli Angioini, stanno capitolando giorno dopo giorno. Nell’ideazione dei distretti Regione e Comune ravvisavano una forza che l’impresa napoletana non ha più poiché si sono dispersi i protagonisti. Il processo è irreversibile, la salvezza dell’impianto territoriale urbano specializzato può  risiedere solo  in un intervento di pianificazione creativa che lo collochi in relazione ai centri commerciali naturali, alle rivitalizzate direttrici turistiche dei decumani in un progetto che si sostenzierá tanto più incisivamente quanto più il ripopolamento orafo sarà concepito non solo e non tanto richiamando esclusivamente un’ormai usurata concezione di “tradizione”. Sarà piuttosto decisivo rivitalizzare il collegamento ad un terziario avanzato che reinserisca l’artigianato in una dimensione integrata alla cultura urbana, amplificando cioè i nessi storici in un piano di innovazione.

 

Note:

 1 Giovanna I d’Angiò nel 1380 aveva fatto redigere il primo Statuto codificato alla Corporazione Orafa di Napoli dando inizio ad una tradizione manifatturiera sempre più prestigiosa con il succedersi delle dinastie. Gli aragonesi ampliarono le competenze degli orafi, che di fatto acquisirono funzioni giuridiche ed amministrative nel proprio quartiere.

 2 L’abolizione della condizione privilegiata della Corporazione operata da Gioacchino Murat nel 1808, seppure liberalizzava la professione, non mutò il consacrato vincolo territoriale nella zona meridionale della città.

 3 Il Tarì nacque come Società Consortile per Azioni. Al capitale privato si aggiunse in un secondo momento un contributo FESR che convogliava fondi europei in partecipazione per la realizzazione di servizi.

 4 Come abbiamo anticipato, il Tarì nacque come Società Consortile per Azioni. Al capitale privato si aggiunse in un secondo momento un contributo FESR che convogliava fondi europei in partecipazione per la realizzazione di servizi. Per un approfondimento, cfr. www.tari.it/tari.php (10/2014).

 5 La pianta stessa del centro esprime con chiarezza l’idea che nel progetto si intendeva perseguire circa la ripartizione delle attività. La grande maggioranza dei moduli sono predisposti per attività commerciali o industriali. Alle attività artigiane è destinato un solo corpo di fabbrica. I piccoli artigiani non sono contemplati ma troveranno spazio nei successivi continui frazionamenti delle unità.

 6 Come afferma Bassano, mentre fino al Duemila l’Italia mantiene la propria leadership nella produzione mondiale, negli anni successivi si assiste ad un preoccupante rallentamento, attenuatosi solo nel 2005 (Clara Bassano, “I distretti orafi italiani. Tipicità degli assetti territoriali e ruolo della comunicazione”, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2008, p. 23). Il decennio Duemila, in ogni caso, è contrassegnato da una dinamica negativa che raggiunge il suo acme nel 2009, a causa della crisi economica e finanziaria.

 7 Rocco Paradiso (Osservatorio Internazionale del Distretto di Valenza e del settore orafo), presentazione su “L’industria alessandrina della gioielleria: il commercio internazionale”, Valenza, 31.01.2008.

 8 Inoltre, come sostenuto ancora da Bassano, i paesi orientali fanno leva su un impiego labour intensive a costi inferiori (Clara Bassano, “I distretti orafi italiani”, cit.).

 9 Rispetto all’Italia, tuttavia, dati più recenti segnalano la centralità del settore nell’Italian Style; più in dettaglio, una ricerca condotta dall’Istituto Tagliacarne nel 2010, annovera l’oreficeria – insieme a moda e nautica – tra i settori più rappresentativi del Made in Italy. La ricerca segnala anche che, sebbene il settore dell’oreficeria nel 2009 abbia subito un drastico crollo, successivamente ha fatto registrare una lenta ma comunque costante ripresa con un fatturato che si aggira intorno ai 15 miliardi di euro. Lo studio del Tagliacarne stima che la crisi finanziaria ed economica ha comportato la perdita di 8.693 addetti nel complesso delle attività manifatturiere (pari al 12,7% degli addetti presenti nel 2007) e di 934 unità locali (pari al 9,3% delle unità locali presenti prima della crisi). Al 2010 la citata ricerca, sulla base di elaborazioni del Tagliacarne su dati Istat, segnalava che l’intera filiera poteva contare su un fatturato pari a circa 15 miliardi di euro, per un totale di 87.360 addetti (80.545 impiegati nelle attività principali e 6.815 nelle imprese che forniscono beni e servizi intermedi). Unioncamere, “Tutti i numeri delle filiere dell’Italian Style”, comunicato stampa, 2010 (www.ascomtorino.it/downloadAscomDocument?ixDocumentId=4641&ixDownload=true) (10/2014).

 10 I dati del 2012 evidenziano 400.000 visitatori annui e 25.000 presenze alle manifestazioni fieristiche.

 11 Tra questi va certamente annoverato il Centro Commerciale Campania, completato nel 2006, che ospita 180 negozi di livello nazionale e internazionale e può vantare 1Km di galleria commerciale, 7.000 posti auto, 4 vie di accesso e una raggiungibilità diretta dal casello autostradale di Caserta Sud. Arricchiscono l’offerta commerciale l’ipermercato Carrefour, 25 ristoranti e bar, una multisala cinematografica e un’area bimbi. La vera novità, tuttavia, è costituita da Piazza Campania, un’area dedicata interamente alla ristorazione, all’intrattenimento e al tempo libero, nella quale vengono organizzati eventi-spettacolo. Cfr. www.campania.com (10/2014).

 12 La crisi irreversibile delle due polarità è drammaticamente sancita dall’intervento del tribunale, che dichiara in entrambi i casi il fallimento: del Polo della Qualità nel 2010 (Liquidazione Tribunale di Napoli, n. 204/2010, sentenza del 10 settembre 2010: cfr. www.fallimentopolodellaqualita.org) , della società consortile Oromare nel 2012 (con la sentenza fallimentare n. 64/2012 emessa il 28/08/2012).

 13 Fondi comunali hanno contribuito alla riqualificazione dell’arredo urbano nonché agevolato i tentativi di domiciliare servizi amministrativi e formativi con la concessione in comodato di alcuni locali. Nel 2009 si sono conclusi i lavori di riqualificazione del Borgo Orefici (iniziati nel maggio del 2001 con la firma di un protocollo d’intesa tra il Comune di Napoli, la Regione Campania ed altri enti pubblici locali, da un lato e alcune associazioni di privati, tra cui il “Consorzio Antico Borgo Orefici”, il Consorzio “Oromare”, il Consorzio “Il Tarì”, dall’altro per la nascita e la crescita di un “Polo Orafo Campano” all’interno del quale il “Borgo Orefici” era destinato a costituire uno dei tre sistemi di sviluppo locale del settore. Sempre nel 2009 è stato inoltre inaugurato “La Bulla”, il primo incubatore di imprese cittadine interamente dedicato all’artigianato orafo: cfr. comunicato stampa Comune di Napoli, “Borgo Orefici tra Tradizione e Innovazione”, 5/2009: www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/9917/UT/systemPrint (10/2014).

 14 La mancata riqualificazione dell’area è stata tuttavia accompagnata da molte proposte progettuali, tese a coniugare artigianato, commercio e turismo ai fini della riqualificazione dell’area: tra gli altri, si veda Piano di Azione locale Urbact. “Il turismo crocieristico dal porto alla città: un progetto di sviluppo locale per i quartieri della città bassa di Napoli dal porto a Piazza Mercato”, Urbact Citynews, 2, 2011: http://urbact.eu/fileadmin/Projects/CTUR/outputs_media/URBACT_-_citynews_Napoli_2.pdf (20/2014).

 15 Che le intenzioni del management del Tarì fossero di sostituirsi come punto di riferimento al distretto urbano lo dimostra la campagna lanciata al debutto che parlava esplicitamente di una “nuova Piazza Orefici” a Marcianise. Questi slogan furono disapprovati pubblicamente dagli imprenditori rimasti in città.

 16 Un accordo strategico è stato siglato da Fiera di Vicenza S.p.A. e Arezzo Fiere e Congressi S.r.L., organizzatori rispettivamente di VICENZAORO e OROAREZZO. L’intesa e l’attività delle due società fieristiche, che rientrano nel “piano straordinario per il rilancio internazionale del Made in Italy” predisposto dal Ministero dello Sviluppo Economico, riceveranno i supporto del MISE: cfr. www.federorafi.it/pdf/FEDERORAFI_REC_1565.pdf (10/2014)

 

Riferimenti bibliografici

 Clara Bassano, “I distretti orafi italiani. Tipicità degli assetti territoriali e ruolo della comunicazione”, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2008.

 Angelo Calabrese, Wanda Chiappinelli, “Borgo Orefici. Storia e tradizioni della corporazione degli orafi”, Savarese Editore, Napoli, 1999.

 Alfonso Capone, “Le corporazioni d’arte nel Viceregno di Napoli dal 1600 al 1707”, Japigia, 203, 1934, pp. 261-288.

 Urbano Cardarelli (a cura di), “Studi di urbanistica”, Dedalo Libri, Napoli, 1978.

 Giuseppe Galasso, “Professioni, arti e mestieri della popolazione di Napoli nel secolo XIX”, Annuario dell’Istituto Storico Italiano per l’età moderna e Contemporanea”, XII XIV, 1961-62, Roma, pp. 137-142.

 Luigi Mascilli Migliorini, “Il sistema delle arti. Corporazioni annonarie e di mestiere a Napoli nel settecento”, Alfredo Guida Editore, Napoli, 1992.

 Cesare Mozzarelli (a cura di), “Economia e Corporazioni. Il governo degli interessi nella storia d’Italia dal Medioevo all’età contemporanea”, Giuffrè, Milano, 1988.

 Victor Rutenberg, “Arti e Corporazioni”, in AA.VV., Storia D’Italia, Einaudi, Torino, V/1, 1975, pp. 613-642.

Rivista Italiana di Gemmologia

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