Colombiani? No, del Panjshir. La stabilizzazione dell’Afghanistan ci consegnerebbe smeraldi memorabili

Gary Bowersox è tra i più autorevoli esperti delle risorse preziose dell’Afghanistan, paese che ha cominciato a frequentare dal 1972. La conoscenza dei luoghi gli ha consentito di redigere, con altri autori, per Gems & Gemology nella primavera del 1991, quello che resta ancora uno dei più estesi rendiconti sulle promettenti caratteristiche degli smeraldi della Valle del Panjshir. A rileggere le pagine di un quarto di secolo fa si resta colpiti dalle condizioni primitive di quel territorio, lungo circa 100 km, incastonato dalle montagne dello Hindu Kush e dai passi alti oltre 4000 mt. Certo oggi non sono più necessarie marce di vari giorni a dorso di mulo e Kabul è raggiungibile con un nuovo percorso stradale. Le infrastrutture di base sono migliorate per aiutare la logistica della transizione verso un governo nazionale. Le notizie più aggiornate però ci mostrano che la presidenza Trump sta dispiegando contingenti militari più cospicui dopo il graduale ridimensionamento dell’impegno statunitense voluto dal suo predecessore Obama. S’è infatti registrata un’accresciuta presenza della resistenza talebana, costituita da quei movimenti islamici radicali che alla fine del secolo scorso posero termine alla lunga occupazione sovietica. All’estremismo dello stato islamico fece seguito l’offensiva statunitense del 2001 ed il lungo periodo di presenza militare per stabilizzare il paese. Prima del disimpegno di Washington vari imprenditori avevano mostrato interesse per le gemme del Panjshir, incoraggiati dalla strategia del Generale Senior David McKiernan, silurato poi nel 2009, secondo la quale il coinvolgimento delle truppe sarebbe stato necessario per consentire al paese di avviarsi verso il progresso economico e di generare reddito ed occupazione mineraria.

Il futuro del distretto degli smeraldi è legato alla capacità di garantire l’unione politica in un paese che è una miscela di etnie e di interessi contrapposti. Certo l’inaugurazione del Geological Survey, la mappatura più accurata ed alcune infrastrutture non sono state sufficienti. Nel Panjshir l’estrazione è ancora effettuata con esplosivi rudimentali che fratturano i cristalli emersi, causano incidenti mortali e minacciano l’integrità orografica. Eppure oggi Gary Bowersox è ancora più convinto: il potenziale smeraldifero del Panjshir potrebbe far guadagnare in un triennio 200 milioni di US$ ad un paese pieno di risorse naturali ma che registra un PIL di appena 10 miliardi nel 2008, al netto dell’export illegale di oppio. Il futuro prossimo potrebbe dunque riservare sorprese inevitabilmente in relazione agli esiti del conflitto per il controllo geopolitico del territorio e dell’intero paese. La prima ricognizione geologica degli smeraldi afgani fu realizzata nel periodo dell’occupazione negli anni ottanta da tecnici russi, ma furono proprio le entrate derivanti dalle gemme che finanziarono la controffensiva antisovietica del leggendario Leone del Panjshir, il generale Massoud, assassinato dai suoi avversari nel 2001. L’area di mineralizzazione di smeraldi nel Panjshir, lunga 20 Km ed ampia 3 è compresa tra il fiume Panjshir, i suoi affluenti ed i fronti montuosi di circa 3000 mt incisi da numerosi corsi d’acqua. La regione delimita una faglia tra due placche lungo le quali sono rimaste intrappolate rocce untrafemiche, possibile fonte di cromo trasportato dai fluidi idrotermali che spesso caratterizzano le inclusioni degli smeraldi afgani. Queste possono presentarsi aghiformi allungate e trifase come negli smeraldi colombiani ma meno aguzze. I cristalli di smeraldo del Panjshir si presentano in dimensioni anche ragguardevoli e possono essere paragonati per attrattiva a quelli di Muzo.

Gem News a cura della redazione di Trasparenze News, pubblicato su Rivista Italiana di Gemmologia n. 2, Settembre 2017.

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