La scalata per controllare Gemfields svela il futuro del mercato di smeraldi e rubini

C’è un colpo di scena a ravvivare una fase relativamente piatta nel mondo delle materie prime preziose. A maggio le avvisaglie, Gemfields annuncia uno stop alle sue operazioni colombiane e nello Sri Lanka. Ma come, non avevano precisato che erano strategiche? Poi le cattive notizie, i dati in picchiata della produzione di smeraldi in Zambia. È un tracollo: 4,5 milioni di carati nel primo quarto del 2017 dopo i 7,1 dell’anno precedente. Ed infine Pallinghurst, un potente gruppo minerario (platino, oro, palladio, rodio ma soprattutto manganese i suoi prodotti) con base in Sud Africa, che ha deciso di dare battaglia per acquisire il pieno controllo del gigante minerario delle gemme di cui deteneva già il 40,7% del pacchetto azionario. Aveva infatti portato in dotazione agli esordi nel 2009 le concessioni smeraldifere di Kagem nello Zambia, il vero trampolino di lancio di Gemfields. Qualcosa sembra aver spinto il CEO di Pallinghurst, Arne Frandsen, ad operare uno svolta ed a lanciare a maggio 2017 l’offerta decisiva che ha conquistato il 75% delle azioni. Anche Pallinghurst aveva i suoi problemi con risultati in calo che solo nel 2016 sono migliorati – non è un caso – per merito degli utili degli anni buoni conseguiti proprio attraverso la sua partecipazione a Gemfields. La scalata ha avuto successo nonostante l’intrusione di una ulteriore offerta da parte del gruppo cinese Fosun Gold ed a dispetto della manifesta opposizione da parte del precedente management di Gemfields che ha poi rassegnato le proprie dimissioni ad agosto. Termina così l’era dello storico amministratore delegato Ian Harebottle, l’uomo che ha conquistato per l’azienda la leadership mondiale nella produzione di rubini e smeraldi, un dirigente che ha incarnato la filosofia di Gemfields, cioè il controllo verticale delle risorse preziose per gioielleria, dalla produzione al marketing. Harebottle aveva già sperimentato questo modello nella sua precedente esperienza ai tempi di TanzaniteOne. Ma Frandsen ha voluto una rottura e ne ha chiaramente evidenziato le ragioni. Harebottle avrebbe procurato un’inutile dispersione di energie al di fuori dei due propulsori principali delle entrate di Gemfields e cioè gli smeraldi dello Zambia (un calo di entrate per 50 milioni di US$) ed i rubini del Mozambico (Montepuez). Bocciata in tutto l’azione insistente intrapresa per diversificare le attività estrattive in altri paesi alla ricerca di condizioni simili a quelle già acquisite. Soprattutto gli zaffiri sembravano essere oggetto delle strategie di espansione del gruppo quotato nello stock exchange londinese, un listino ricco di imprese minerarie con interessi in Africa. Lo stesso Frandsen ha però sottolineato le ragioni per le quali la marcia ridotta innestata nello sviluppo dei due principali fronti estrattivi rappresentava una minaccia al decollo di Gemfields. Si sarebbe rischiato di compromettere gli esiti della scommessa principale, divenire agente esclusivo di controllo del mercato del grezzo di pietre di colore. Nessun mistero, sullo sfondo l’impresa si è sempre presentata come una nuova De Beers per rubini e smeraldi, un soggetto desideroso di mostrare i benefici risultanti dalla funzione di equilibrio tra domanda ed offerta. Gli investimenti milionari nella comunicazione con Mila Kunis addirittura mostravano la pretesa di imitare il modello De Beers persino nel dispendioso percorso del sell out, la costosissima stimolazione della domanda al consumo. Sembra di capire che la nuova strategia miri soprattutto a capitalizzare il vantaggio acquisito nel campo della tracciabilità delle gemme a scapito dell’espansione verso gli zaffiri, le gemme ancora mancanti al progetto di costituzione di un vero cartello.

Gem News a cura della redazione di Trasparenze News, pubblicato su Rivista Italiana di Gemmologia n. 2, Settembre 2017.

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