Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 9 nel 2020. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.
Dove si colloca la questione dell’origine geografica in gemmologia? È un argomento legittimamente pertinente al suo raggio d’azione? Non tutti gli specialisti condividono la stessa definizione e gli stessi obiettivi della gemmologia, né tutti concordano su quali siano i confini dei suoi ambiti. Tuttavia, in genere si è d’accordo sul fatto che sostanzialmente gli interessi alla base della ricerca gemmologica, come ramo della mineralogia, consistano nell’identificazione delle proprietà fisiche e chimiche dei minerali usati come pietre preziose. Ben presto l’indagine sui trattamenti si è poi rivelata uno degli scopi principali e questo spiega il legame intrinseco che la gemmologia storicamente intrattiene con il mercato e con la necessità di proteggerne l’integrità consolidando il valore economico delle pietre preziose. Solo in tempi recenti il lavoro volto ad indicare i siti d’origine delle pietre preziose ha acquisito slancio fino a rappresentare il punto focale della ricerca più avanzata svolta dai più importanti laboratori. Ma questa è una ricerca che richiede investimenti significativi e piani ambiziosi, sollevando al contempo alcune questioni ed implicazioni molto più ampie.

Come è emerso il tema dell’origine geografica delle pietre preziose
Già negli anni ‘50 E.J. Gübelin iniziò a occuparsi della possibile attribuzione di indicazioni di provenienza relative alle gemme. Ma solo negli anni ‘80, assieme ad altri ricercatori, ha iniziato a condurre lavori specifici sulle caratteristiche distintive delle pietre preziose al fine di distinguere con precisione le aree geografiche originali.
All’inizio il principale strumento di lavoro non poteva che consistere nella tradizionale indagine microscopica: una rapida occhiata ai fondamentali approfondimenti fotografici contenuti nel repertorio dei Photoatlas, strumenti di lavoro indispensabili, poteva già offrire diversi esempi di come lo studio delle caratteristiche interne delle gemme includesse necessariamente indicazioni sull’origine geografica. Successivamente, quando i criteri basati sulla chimica e sulla ricerca spettroscopica divennero sempre più decisivi e centrali, tutti i principali laboratori non tardarono ad impegnarsi nella determinazione dell’origine.
La ragione del crescente interesse per tale questione risiede nel fatto che le aree potenzialmente ricche di minerali sottoposte a prospezione si fecero nel tempo sempre più numerose con conseguente estensione esponenziale delle attività di estrazione di gemme. L’industria mineraria ha aumentato la produzione, spesso frammentata in una miriade di piccolissime imprese artigiane, di pietre utili per l’industria dei gioielli potendo disporre di un numero crescente di fonti di reperimento, molte delle quali in Africa orientale si sono dimostrate ricche di gemme al di là d’ogni aspettativa.

Non c’è un momento preciso che segna la svolta. L’occasione resa possibile dalle possibilità di risalire gemmologicamente alle provenienze ha finito col tempo per imporsi irresistibilmente nel ramo commerciale. Forse potrebbe essere stata determinante l’introduzione sul mercato dei primi rubini tanzaniani di qualità dall’area di Winza, inizialmente a prezzi molto ragionevoli rispetto agli omologhi tradizionalmente molto costosi provenienti dal Myanmar. È un fatto che i rubini di Winza fossero privi del potente richiamo evocativo che potevano vantare quelli del Myanmar, conosciuto come Birmania in epoca coloniale, praticamente un sinonimo di rubini di qualità superiore (Figura 2).
Eppure i rubini africani furono considerati dal mercato una minaccia in grado di arrecare disturbo agli equilibri delle quotazioni commerciali. Emerse allora l’esigenza che i report procedessero ad una separazione dal punto di vista dell’origine e ciò ha indotto i laboratori ad approfondire gli studi per la distinzione gemmologica delle provenienze. Come per i rubini, l’industria ha sollecitato opportune distinzioni per gli zaffiri del Madagascar e per gli smeraldi provenienti da Afghanistan e Pakistan.
Inoltre, a complicare le cose c’è da considerare il forte rischio di promiscuità delle pietre preziose provenienti da diversi siti di estrazione, dato che i processi produttivi avvengono generalmente lontano dai giacimenti e dopo frequenti transazioni intermedie. Tutti questi motivi assieme spiegano perché la questione dell’origine geografica sia emersa in modo così problematico.

A titolo esemplificativo, quanto siano diventate le cose più complicate per i gemmologi lo si capì dalla nuova scioccante consapevolezza che l’iconica immagine dell’inclusione trifase negli smeraldi (Figura 3) non indicava più come in precedenza avveniva fuori d’ogni discussione e dubbio, l’origine colombiana. Nel 2014 infatti Gems & Gemology ha pubblicato una ricerca che mostra che gli smeraldi dell’Afghanistan (Panjshir Valley), della Cina (Davdar) e dello Zambia (Kafubu e il nuovo deposito di Musakashi) possono contenere inclusioni trifasi simili a quelle che si trovano spesso negli esemplari di depositi colombiani. Il microscopio non era più sufficiente, ammesso che di ciò ci fosse ancora bisogno d’una conferma.
Per raggiungere una certezza sull’origine di questi smeraldi c’è bisogno ora della spettroscopia UV-Vis-NIR (Ultraviolet-Visible-Near InfraRed) e dell’EDXRF (Energy-Dispersive X-Ray Fluorescence), se non addirittura della LA-ICP-MS (Laser Ablation Inductively Coupled Plasma Mass Spectrometry).
Va notato che in tempi più recenti la necessità di tracciare l’origine geografica in modo univoco sta emergendo anche come supporto alle politiche etiche di approvvigionamento responsabile. In questo caso i dati relativi all’area d’estrazione vengono registrati già sui grezzi all’origine mediante tecnologie moderne come la Provenance Proof sviluppata da Gübelin1, una tecnica della quale la nostra Rivista ha già dato conto (vedi nr. 1, Maggio 2017).
Nonostante la disponibilità di campioni di riferimento affidabili, la determinazione dell’origine rimane solo un’opinione
Allorché nel nuovo millennio le condizioni si fecero mature perché si stabilisse un metodo scientifico per mettere mano al lavoro della determinazione dell’origine, fu subito chiaro che il nucleo centrale della ricerca sarebbe stato quello relativo alla raccolta sistematica di campioni scendendo sul campo minerario. Questo compito, quasi 15 anni fa, ha ispirato il lavoro di Vincent Pardieu, un ricercatore appassionato che sarebbe diventato uno dei gemmologi indipendenti più influenti sulla scena mondiale. Pardieu ha introdotto nei laboratori il concetto moderno di field gemology nella convinzione che le basi per una ricerca efficace debbano essere trovate in una “raccolta di riferimento solida e affidabile” piuttosto che “in campioni provenienti da fonti affidabili”. I primi passi di Pardieu nel lavoro di raccolta dei campioni sono stati mossi all’inizio della sua collaborazione con AIGS e con Gübelin Gem Lab. Successivamente ha diretto per il GIA tra il 2008 e il 2017, sotto la guida di Ken Scaratt, un gruppo di gemmologi che ha contribuito ad allestire quella che probabilmente è la migliore e più completa collezione di riferimento di pietre preziose mai raccolta in un laboratorio gemmologico.
È interessante notare che le procedure di catalogazione dei campioni stabilite da Pardieu sono quelle che ancora oggi sono ampiamente accettate come standard in gemmologia. Il sistema di raccolta assegna e codifica un grado che indica quanto affidabili si debbano considerare i campioni2, a seconda di quanto sia diretta la sorveglianza dei gemmologi impegnati sul campo e di quanto essi siano vicini o lontani dall’area di estrazione.
Non vi è dubbio che il GIA, continuando le spedizioni dopo l’uscita di Pardieu, ha finora guadagnato una solida reputazione in virtù della continua implementazione di raccolte ricche di materiale ordinato secondo le provenienze di tutto il mondo. Ciò ha portato a una rendicontazione molto esauriente e approfondita pubblicata nel numero di Gems & Gemology dell’inverno 2019 interamente dedicato al tema dell’origine geografica delle pietre preziose.
È estremamente significativo che le premesse e le conclusioni della ricerca svolta dal GIA corrispondano a quanto concordato da tutta la comunità scientifica. In breve, il dato essenziale è che, poiché molti casi dimostrano l’impossibilità di addivenire all’individuazione certa della provenienza di determinati esemplari posti a confronto con i campioni riferibili a siti di reperimento certi, l’origine geografica in gemmologia non può che essere espressa come semplice opinione soggettiva. Evidentemente, ancora una volta, dobbiamo notare che la gemmologia inizia dove si ferma la geologia. Va detto infatti che a tutti gli effetti, da un punto di vista strettamente scientifico, sarebbe più corretto porre i luoghi in cui si trovano i minerali in relazione al loro ambiente geologico piuttosto che agli attuali siti di estrazione in cui sono gestite le attività minerarie. La geologia mostra che il processo di formazione dei minerali può verificarsi in condizioni identiche o molto simili in molti luoghi che oggi sono geograficamente distanti ma che in passato erano molto vicini tra loro.

Un esempio calzante è il Gondwana, il supercontinente che era unito 600 milioni di anni fa e che comprendeva quelle masse che attualmente sono il Sud America, l’Africa, l’Arabia, il Madagascar, l’India, l’Australia e l’Antartide. In questo contesto, ad esempio, profonde somiglianze isotopiche tra le rocce di alta qualità dello Sri Lanka e del Madagascar insieme ad altre comuni caratteristiche geologiche e mineralogiche indicano che queste aree ora distanti circa 4.750 km l’una dall’altra, erano in altri tempi giustapposte3 (Figura 4).
La geografia fisica è il risultato dell’evoluzione delle condizioni geologiche fino ai giorni nostri. Pertanto, mentre sulle mappe di oggi possiamo distinguere Sri Lanka e Madagascar, non possiamo, a volte fare lo stesso con i loro rispettivi zaffiri metamorfici, che si sono formati in condizioni di contiguità spaziale e sono alquanto simili. Si può anche dire che quelle entità spaziali – con i nomi loro assegnati come oggi li percepiamo e conosciamo – devono la loro esistenza solo alla geografia politica. Pertanto il tentativo di assegnare un tag geografico alle pietre preziose ha a che fare con elementi di discipline, come l’economia e il marketing, riferibili alle scienze umane piuttosto che a dei puri dati quantitativi. A questo proposito, la gemmologia e la geografia politica condividono la stessa relazione con la geologia: nel momento in cui si occupano dello studio di elementi contraddistinti da soggettività, varcano il confine in direzione delle scienze umane. Ogni volta che la gemmologia è coinvolta nel vivo del contesto del mercato, deve rinunciare alle sue pretese di obiettività, un fattore che non è necessariamente una cosa negativa, se il legame ed il sostegno fornito all’industria della gioielleria sono riconosciute con onestà, fuori dalla convinzione che siano funzioni oggettive ed inconfutabili.
Pietre preziose con brand geografico
A questo punto è innanzitutto opportuno evidenziare un problema che, nonostante sia visibile a tutti, non è mai stato adeguatamente indagato. In generale, le pietre preziose raggiungono il loro migliore status e il conseguente valore economico solo alla fine del processo di lavorazione orafa, poiché allora rispecchieranno l’autorità e la reputazione del brand di gioiellieria che le ha utilizzate. Ma in che modo un report gemmologico impatta specificamente sulle transazioni, influenzando mercato e consumatori?
I report gemmologici si sono imposti come potenti strumenti in grado di veicolare, attraverso l’intera catena di approvvigionamento, non solo dati quantitativi e fattori estetici, ma anche connotazioni di valore. In questa prospettiva, l’origine geografica cessa di rappresentare una delle tante indicazioni neutrali e finisce per diventare quell’attributo più rapido e facile da comprendere di cui il mercato ha bisogno se vuol rendere immediatamente identificabile il concetto stesso di valore, nelle sue varie gradazioni, ad un vasto pubblico poco incline agli approfondimenti tecnici.
È la stessa funzione notata da alcuni osservatori grazie alla quale un attributo come “sangue di piccione”, mentre da un lato può essere considerato un’indicazione utile a veicolare con immediatezza l’idea di eccellenza, rappresenta anche una sorta di termine letterario molto più convincente, accattivante, ma al contempo meno innocente, di codici o numeri generici che qualificano un certo colore di rubino senza possedere il calore seducente di un vero appeal.
Le gemme dello Sri Lanka, della Colombia, del Kashmir, solo per elencare alcune indicazioni d’origine geografica, assumono un significato suggestivo che trascende i riferimenti spaziali e diventa una sorta di premio aggiuntivo che all’industria è gradito e che viene ricompensato con quotazioni più generose. Ne consegue che, tra due pietre preziose che hanno simile aspetto, colore, purezza e taglio, ce ne sarà una cui il mercato assegnerà un valore significativamente più alto per effetto del semplice richiamo evocativo del nome della località di provenienza così come leggibile sul mappamondo3.
Si prenda il caso tipico di uno zaffiro metamorfico con possibile origine in Myanmar, Sri Lanka o Madagascar. Sebbene in molti casi i laboratori riescano, sulla base di dati coerenti, ad essere abbastanza sicuri nella determinazione dell’origine, può anche accadere che non vi siano prove sufficienti per tale accertamento perché i dati caratteristici si sovrappongono.
La corsa alla rilevazione della provenienza geografica della pietre preziose ha indubbiamente subito un’accelerazione negli ultimi tempi a causa della forte domanda del mercato. Come è comprensibile, l’industria delle pietre preziose è stata più sensibile a cavalcare questo inaspettato vantaggio commerciale di quanto non sia stata attenta a valutare le difficoltà tecniche derivanti da casi limite che avrebbero potuto portare a forzature basate su letture sommarie oppure ad opinioni divergenti e soggettive.
Un avviso diffuso dal SSEF nel 2017 ha messo in guardia gli operatori sugli zaffiri del Madagascar recentemente scoperti nelle aree di Bemainty/Ambatondrazaka e indicati in alcuni report gemmologici come originari del Kashmir. Il Dr. Michael S. Krzemnicki, direttore di SSEF, ha poi spiegato molto chiaramente che l’attribuzione errata dell’origine di quegli zaffiri al Kashmir non era una conseguenza di alcune caratteristiche sovrapposte che non si potevano dirimere in modo univoco, quanto piuttosto di una valutazione inadeguata che andava corretta da un’attenta indagine condotta attraverso la micro-spettrometria Raman, la spettroscopia di assorbimento UV-Vis, la fluorescenza a raggi X e l’analisi di oligoelementi LA-ICP-MS. Val la Pena di notare qui, per inciso, quanto il mercato avrebbe gradito che ad essere documentata fosse l’origine dal Kashmir. Ne sarebbe venuto fuori un fruttuoso, festoso e costoso revival per questa meraviglia virtualmente estinta. Ma a parte questo episodio, quando ad emettere i report gemmologici che indicavano l’origine geografica era un solo laboratorio primario, non sono emersi evidenti inconvenienti.

L’assegnazione di un’origine geografica s’è imposta in maniera ancora più evidente nelle grandi aste internazionali di alta gioielleria nelle quali si suppone che le gemme debbano riflettere a chiare lettere il loro prestigio e la loro unicità. In questo caso, poiché aumentano considerevolmente le cifre delle valutazioni e degli scambi, è consuetudine che le pietre preziose siano accompagnate da almeno due documenti gemmologici che consentano di accertare un fattore, quello dell’origine, che può incidere in modo sostanziale sulle quotazioni. Non sorprende che in un tale contesto accada che le pietre preziose siano intenzionalmente sottoposte a verifica gemmologica non presso un singolo laboratorio ma molti. Nel caso in cui emergano discrepanze sull’origine geografica, gli operatori selezioneranno quella più conveniente e prestigiosa (Figura 5).
È dietro questo angolo che però si nascondono le insidie. Ciascun laboratorio primario, come è ovvio, dispone di propri campioni di riferimento e di propri sistemi di indagine. Quindi può accadere che due o più report relativi ad uno zaffiro metamorfico, la cui origine sia da determinare in un range ristretto a Myanmar, Sri Lanka e Madagascar, presentino dati coincidenti per quanto riguarda le caratteristiche chimico/fisiche rilevate esprimendo al contempo un’opinione divergente sul sito di estrazione. Alla fine, per gli operatori, l’origine più desiderabile tra tutte sarà il Myanmar (Birmania) e si sceglierà il report che la indica e che garantirà un bonus di valore in grado si venire incontro alle aspettative commerciali.
Ironia della sorte, se per una pietra non viene fornita alcuna indicazione di provenienza a causa della sovrapposizione di dati che non consentano la distinzione, il mercato la penalizzerà assegnandole un prezzo molto più basso in rapporto addirittura all’origine geografica meno desiderata. Proprio come la Borsa, i listini delle gemme preziose non amano l’incertezza.
La determinazione dell’origine rientra nell’ambito della gemmologia standard?
Può essere utile ora considerare la questione provando a inquadrarla con gli occhi dei normali gemmologi nella loro routine ordinaria. Come viene percepita la necessità di una determinazione geografica? Cosa possono effettivamente fare, ammesso che qualcosa si possa fare, per eseguire correttamente quest’altra attività? Innanzitutto, bisogna chiarire che la gemmologia standard non può competere con gli enormi investimenti sviluppati dai principali laboratori per acquisire sia attrezzature sofisticate, sia una collezione di materie prime abbastanza vasta da consentire la determinazione della provenienza geografica. Tale strumentazione insieme alle procedure d’indagine fanno parte della tecnologia proprietaria che ogni grande laboratorio sta sviluppando per uso proprio e non è condivisa gratuitamente.
Questo non significa che la gemmologia standard non possa ottenere risultati ben oltre ciò che ci si sarebbe ragionevolmente aspettato solo pochi anni fa. Oggi il divario digitale si è ridotto grazie alla diffusa disponibilità di strumenti avanzati che un tempo erano inaccessibili, specialmente nel campo della spettrometria. Molto più che in passato, l’identificazione delle specie e varietà di pietre preziose, nonché dei relativi trattamenti, rientra nelle prerogative dei gemmologi standard, se adeguatamente equipaggiati.
Ma quando si tratta di determinare l’origine geografica, cosa si può fare? Questo compito può essere intrapreso, anche se non tutte le volte si potrà raggiungere l’obiettivo, solo focalizzando la ricerca sugli oligoelementi. Anche una sofisticata e adeguata strumentazione, come abbiamo visto prima, non sarebbe di per sé sufficiente se non fosse accompagnata da una raccolta di campioni di riferimento ottenuti nelle località d’estrazione.
L’EDXRF, lo strumento tradizionale più utilizzato per l’indagine chimica delle pietre preziose, non è in grado di rilevare elementi molto leggeri ed è stato superato dalla spettrometria di massa LA-ICP-MS che richiede una complicata e continua calibrazione ed è stata descritta nei dettagli nel numero 8 (Inverno 2019) di questa Rivista. Non è un caso che la determinazione dell’origine sia effettuata dai laboratori più strutturati, dotati del costoso sistema LA-ICP-MS.
In conclusione, l’indicazione geografica su un report rimane un’opinione e come tale, più forte è la reputazione del laboratorio, maggiore è il valore e l’autorevolezza di quanto si dichiara. Questa nuova frontiera non può essere attraversata da piccoli imprenditori che gestiscono piccole aziende e nel momento in cui aumentano la posta in gioco e le difficoltà, le distanze vengono ripristinate.

Il rischio di test inconcludenti
Perché, nonostante l’uso di mezzi considerevoli, l’identificazione esatta e univoca dell’origine di alcune pietre preziose rimane a volte impossibile? Per spiegarlo è necessario approfondire alcuni aspetti tecnici.
L’osservazione microscopica, la fluorescenza, i dati spettrali offrono indicazioni affidabili sulla presunta formazione geologica. In molti casi la strumentazione standard di un gemmologo abbastanza dotato consente di poter fare una prima sgrossatura filtrando i rubini in base al contenuto di ferro o di cromo e di separare gli zaffiri basaltici da quelli metamorfici. Ciò significa che con una combinazione fortunata di indizi si possa talora ipotizzare l’origine geografica con una ragionevole approssimazione. Ma ovviamente le cose non vanno sempre così.

Dovrebbe quindi venire in nostro aiuto l’analisi degli oligoelementi in parti per miliardo, nel caso del corindone Mg, Ti, V, Cr, Fe, Ga e altri. Succede che a volte i profili degli oligoelementi siano univoci e corrispondano perfettamente ai campioni di riferimento raccolti in specifici siti di estrazione, mentre a volte il risultato è ambiguo e finiscono per sovrapporsi diversi profili possibili (Figura 7).
L’ampliamento del range degli elementi analizzati a volte determina, quando si mettono a confronto origini diverse, un aumento dei casi di sovrapposizione. Questo è il motivo per cui è più importante al giorno d’oggi concentrarsi sullo studio delle relazioni di più elementi in combinazione tra loro.
Sebbene tutti i laboratori siano sempre stati coerenti nel considerare la determinazione dell’origine solo come un’opinione, sembra che il messaggio non sia stato pienamente riconosciuto dal mercato. Lo sforzo di rilevare il berillio diffuso negli zaffiri aveva spinto nel recente passato la barra dei target d’identificazione così in alto che i laboratori hanno dovuto passare alla spettrometria di massa già circa due decenni fa. Questi sviluppi hanno portato a una visione eccessivamente ottimistica e probabilmente il potenziamento delle capacità tecniche che tutti i laboratori hanno dovuto mettere in atto per affrontare i problemi di nuovi trattamenti complicati ha indotto il mercato a credere che rivelare l’origine di qualsiasi pietra preziosa, in qualsiasi momento e senza incertezza o aree grigie fosse una partita giocabile che si potesse sempre vincere.
È un dato di fatto che questa percezione imperfetta stia iniziando a provocare una sensazione di delusione e una certa mancanza di fiducia nei confronti dei laboratori da parte di molti operatori del settore e, ironia della sorte, ciò è dovuto solo a un semplice fraintendimento e ad aspettative troppo elevate.
Conclusione

Certamente la questione dell’origine, se trattata scientificamente con la dovuta diligenza, comporta importanti investimenti economici, tra cui risorse umane qualificate. A questo punto è quasi pleonastico sottolineare che i gemmologi inadeguatamente attrezzati non possono operare con successo poiché la loro competitività è drasticamente ridotta. Inoltre, in molti casi, l’incertezza persiste nonostante la disponibilità di attrezzature strumentali adeguate e campioni rappresentativi.
I principali laboratori gemmologici sono consapevoli della possibilità che la casella di testo riservata all’origine geografica possa rimanere vuota o che esprima semplicemente che i dati rilevabili non la consentono. Eppure sembra che questa criticità sia riconosciuta correttamente tra gli specialisti ed evidenziata negli studi specifici senza che si sia creata una adeguata pari consapevolezza tra gli operatori del commercio e tra i consumatori finali.
La vecchia doppia identità del lavoro gemmologico potrebbe essere ricomposta se da un lato si riconoscesse la legittima aspirazione del mercato a differenziare tipologicamente le gemme, quando possibile, per quanto riguarda la loro origine. D’altro lato il mercato dovrebbe riconoscere che le informazioni di provenienza sono un corredo aggiuntivo la cui importanza non può essere riportata in modo esagerato poiché esse, in quanto soggettive, devono essere correlate alle indicazioni qualitative fisico-chimiche più decisive e oggettive.
Alla fine il dato di fatto che conta e che resta è che una dichiarazione sull’origine della pietra preziosa si appoggia esclusivamente ad un’opinione e come tale è considerata dai laboratori più accreditati. Un’ultima domanda a questo punto non può essere elusa: è possibile postulare l’assegnazione di un plusvalore economico così significativo ad alcune pietre preziose che tra loro sono identiche in tutto, basandosi solo sulla loro origine geografica? E per di più quando per definizione nessun soggetto se ne assumerà la responsabilità? Se la risposta a questa domanda è “no”, chi avrà il potere e la credibilità, oltre all’autorità riconosciuta in tutto il mondo, di convincere l’intero settore che su questa questione sarebbe il caso di fare un passo indietro?
Referenze di lettura:
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Note
1 La Provenance Proof è un’iniziativa presentata da Gübelin Gem Lab nel 2018 basata sulla deposizione all’interno dei grezzi o delle gemme tagliate di nanoparticelle, elementi fisici di tracciatura. Ciò consente alla catena di approvvigionamento di tracciare il materiale a partire dai siti di estrazione. Questa tecnologia, in grado di garantire l’origine effettiva del materiale gemma, è stata testata (Paternity Test) con smeraldi dello Zambia in collaborazione con Kagem (Gemfields) e successivamente si è evoluta nella Provenance Proof Blockchain, un registro digitale, disponibile per l’intero settore, che custodisce in sicurezza tutte le informazioni importanti relative alle pietre inserite nel sistema.
2 I campioni di minerali vengono suddivisi, secondo Pardieu e secondo le indicazioni fornite dal GIA, come segue: I campioni di tipo A vengono estratti direttamente dal gemmologo sul campo; I campioni di tipo B vengono raccolti nella miniera con il gemmologo che assiste sul campo al processo di estrazione ma che non rimuove attivamente le pietre dal terreno; I campioni di tipo C vengono raccolti nella miniera ma senza assistere al processo di estrazionedelle le pietre in modo specifico; I campioni di tipo D vengono raccolti dal minatore ma non nella miniera; I campioni di tipo E vengono acquistati dai rivenditori nel mercato locale, spesso in prossimità delle miniere; I campioni di tipo F vengono raccolti nei mercati internazionali; I campioni di tipo Z sono quelli che non hanno informazioni sull’origine.
3 Al riguardo la Paraiba, la più preziosa e ricercata tra le tormaline con tracce di rame, è un perfetto esempio. Originariamente queste tormaline sono state trovate solo nello stato brasiliano di Paraiba. Più recentemente in Africa sono emerse altre fonti, la Nigeria e il Mozambico. La comunità gemmologica ha riconosciuto che il nome commerciale originale di Paraiba deve essere mantenuto per tutte indipendentemente dal fatto che provengano da Africa o Brasile. Il mercato però assegna un valore molto maggiore alle Paraiba brasiliane, tanto più che la loro origine geografica può essere determinata con successo sulla base di oligoelementi.
Articolo di Alberto Scarani e Paolo Minieri, pubblicato su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 9 – Primavera 2020.



















