Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 9 nel 2020. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.
La gemmologia ha da sempre una predilezione per i superlativi. Bisogna tenere desta l’attenzione di chi le pietre le compra, di chi le analizza, di chi le studia. Per colpire al cuore il consumatore servono storie forti, il rubino più costoso, i trattamenti più ingegnosi, le indagini più accurate.
Fanno notizia il Cullinan di 3106 carati, il diamante Perfect Pink di 14,23 carati battuto da Christie’s ad oltre 23 milioni di dollari o – perché no? – una rara grandidierite. Se questa ci creasse qualche difficoltà frugheremo gli archivi cercando i dettagli, quali? I più completi.
Identificare i diamanti sintetici? Risoluti come i più scrupolosi premi Nobel aspireremo al meglio, alle dotazioni più sofisticate, più aggiornate e poco importa che poi risulteranno inevitabilmente le più costose.
Un po’ in soggezione, constatiamo quanto esaurienti siano gli studi e gli approfondimenti oggi resi disponibili a tutti. Ma avremo anche un senso di inadeguatezza e di frustrazione perché ci rendiamo conto che i casi limite della letteratura gemmologica sono una cosa, altra cosa è l’esperienza giornaliera di chi con le gemme più o meno preziose ci lavora. Non ci capitano infatti ogni giorno tormaline Paraiba a cui assegnare l’origine, alessandriti appartenute agli zar, lucertole in posa imprigionate nell’ambra e quella volta che in laboratorio arriva un demantoide non è detto che mostri la sua tipica inclusione a coda di cavallo. Uno zaffiro fine e attraente può presentare inclusioni scarne e noiose, vai a capire poi se lo si può riferire allo Sri Lanka o al Madagascar.
Eppure tutto cessa di essere scontato quando la curiosità ci fa puntare la fibra ottica. Un taglio originale che risponda bene alle caratteristiche ottiche può riscattare grezzi banali. Spunti interessanti, angolazioni inedite, intenti più pratici possono interessare il lettore di gemmologia quanto un’inondazione di dati quantitativi. Gli strumenti? Sempre più conclusiva è la spettrometria di massa al plasma accoppiata induttivamente con ablazione laser (LA-ICP-MS) e questa Rivista ne ha dato conto nel numero scorso. Ma continuano ad evolvere tutti gli altri strumenti e di questi si può discutere anche in ragione di quanto risultino a volte perfettamente adeguati se non addirittura diagnostici, di quanto possano essere alla portata, coerenti e meglio proporzionati agli obiettivi che ciascuno specificamente persegue. Insomma alle categorie del superlativo, del raro, della completezza dei dati chimici e fisici si possono affiancare gli accattivanti ambiti dell’utile e del pratico in un’atmosfera di curiosità incline agli allargamenti multidisciplinari e comparativi.
Alcuni esempi che fanno al caso li troviamo in questo numero. Il Gemological Institute of Thailand ha da tempo messo a punto master standard di referenze cromatiche per classificare zaffiri e rubini. Oltre il grado superlativo, il bramato “sangue di piccione”, il GIT ha codificato, come ci racconta in queste pagine, altri due indicatori – “rabbit’s eye” e “golden red” – per colori che, seppure meno costosi a parità di caratteristiche, sono ugualmente intriganti e desiderabili. Una volta che i master sono fissati nelle codifiche Munsell i nuovi termini non ci trasportano già verso il marketing?
La Groenlandia, con grande sforzo e sfidando un ambiente proibitivo, ha finalmente messo a regime la produzione dei suoi rubini. Il materiale, al momento, non è di quello memorabile ma ha un buon colore e si adatta bene al taglio cabochon. Ma allora, al di là della purezza e dei prezzi per carato, forse ci sono altri fattori da considerare? Sì, magari l’idea che dei rubini comuni in Groenlandia possono contribuire alla conservazione dell’ambiente artico, che quello che ci dà la terra proviene in qualche maniera dal cielo e in qualche modo può essere valorizzato.
Di Paolo Minieri, pubblicato su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 9, Primavera 2020




















