Torino ha ospitato la Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore. La rassegna completa

Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 19 nel 2024. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.

Copertina IGR

La Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore si è tenuta a Torino presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi l’8 ed il 9 luglio 2024.

Sotto il coordinamento dei Prof. Mario Tribaudino, Alessandro Pavese ed Emanuele Costa e con la fattiva collaborazione di Raffaella Navone, storica collaboratrice di IGR, l’evento ha avuto per titolo: “Diamanti e gemme di colore: il riconoscimento delle gemme nell’era dell’intelligenza artificiale”.

La sala in cui è tenuta la Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore di Torino
Figura 1 – La sala in cui è tenuta la Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore di Torino. (Foto: Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore)

Intelligenza artificiale e gemmologia

La partecipazione, nonostante sia stata resa quest’anno del tutto gratuita, ha registrato, forse a causa della data, numeri in calo rispetto all’edizione del 2023. Sebbene non sia stato previsto il servizio di traduzione simultanea la fruizione delle presentazioni non ne ha risentito, poiché è stato programmato, da remoto, un solo intervento in lingua inglese.

Ventotto sono stati gli interventi complessivi. Il tema complesso dell’intelligenza artificiale (IA) è stato sviluppato da due relatori. Si tratta dell’ultimissima sfida che sta coinvolgendo tutti i campi della ricerca scientifica, mutandone gli orizzonti e le prospettive. Sicuramente anche in gemmologia se ne tornerà a parlare. Lo aveva preannunciato a Ferrara nella Conferenza del 2022 Peter Tollan(1) (Gübelin Gem Lab) quando prefigurò le numerose e sofisticate applicazioni, focalizzate sull’identificazione delle provenienze, da parte del laboratorio svizzero di cui IGR ha dato puntualmente conto(2).

Sull’IA è stato fornito un inquadramento concettuale, in ambito prevalentemente giuridico, da parte di Alberto Oddenino (Università di Torino; Pavesio & Associati), il quale ha illustrato quelle trasformazioni che nel mondo contemporaneo, contraddistinto dall’uso sempre più esteso dell’IA, sono ormai strutturali. La si definisce, a ben ragione, la quarta rivoluzione dopo la copernicana, la darwiniana e la psicoanalisi.

Prima di approfittare di qualunque beneficio computazionale, chi ha a che fare con l’IA deve prendere coscienza dei livelli di rischio creati dalla pervasività tecnologica dell’infosfera, della riduzione a dati della realtà e soprattutto del fatto che il diritto è in affanno e in ritardo sulle applicazioni tecniche.

Ma qui già ci troviamo — dovendo riflettere ad ampio raggio sui confini del ragionamento scientifico — nella dimensione etica ed epistemologica. I gemmologi sono fondamentalmente più pratici. L’approccio di Troy Blodgett (ricercatore del GIA) è ispirato a un utilizzo pragmatico dell’IA che, lungi dall’essere una scatola magica che risolva tutti i problemi di un laboratorio d’analisi, può concretamente dare una mano a migliorare la classificazione delle forme, della sfaccettatura e della purezza attraverso il network ed il siamese training neurale. Inoltre i gemmologi possono “etichettare” (labelling) i dati ed “insegnare” all’IA a rilevare e classificare le inclusioni.

Gemmologia e normative. Il punto su KP e CITES. Gli adempimenti LMHC e quelli per la tracciabilità

Più corposi rispetto agli approfondimenti sull’IA che pure hanno dato il titolo all’evento sono state le cinque presentazioni eminentemente basate sulle esperienze pratiche per espletare adempimenti a dispositivi normativi che riguardano le gemme. Claudia Zedda, Daniela Montaldo e Rebecca Traverso (Agenzia delle Dogane di Torino) si sono soffermate sulle dotazioni strumentali del laboratorio chimico di Torino dell’Agenzia Dogane e Monopoli e sulle competenze di questa Agenzia nel suo ruolo di focal point italiano a riguardo degli adempimenti prescritti dal KP (Kimberley Process), il complesso e discusso meccanismo di cooperazione tra governi(3), che implementa uno schema di certificazione di contrasto all’illegalità (KPCS) per l’import/export dei diamanti grezzi. L’UE vi aderisce con una sola adesione per 27 paesi membri. Il più del materiale in importazione viene smistato ad Anversa. Il controllo doganale (verifica integrità e peso, apertura in presenza della parte, conformità con fattura, controllo del valore) si effettua nel paese UE che abbia un ufficio preposto (l’Italia ne ha uno, la Francia no).

Il Ten. Col. Cristian Cretaro ed il Capitano Chiara Massoli (Carabinieri Nucleo CITES Torino ed Alessandria) hanno illustrato il funzionamento del CITES, una convenzione internazionale recepita dalle legislazioni nazionali, in vigore dal 1975 ed ideata a tutela di 40.000 specie animali e vegetali a rischio estinzione. Il CITES si compone di tre appendici (Appendice I, Specie in pericolo d’estinzione, commercio vietato; Appendice II, Specie non minacciate di estinzione con commercio limitato; Appendice III, Specie protette dai singoli Stati per regolamentare le esportazioni dai loro territori, con commercio internazionale permesso ma regolamentato). L’avorio di animali proboscidei (elefante, decine di migliaia di esemplari vengono abbattuti per il commercio illegale) e non proboscidei (ippopotamo, narvalo, tricheco) è rigidamente escluso da ogni transazione nazionale ed internazionale (appendice 1)(4). Fa eccezione l’avorio fossile di mammut, un genere con varie specie tutte estinte, i cui esemplari sono riconoscibili con spettrofotometria a raggi X e attraverso le linee di Shreger esterne (quelle dell’elefante sono superiori a 90°). In Italia la detenzione di avorio è possibile solo per uso personale previa denuncia di detenzione effettuata entro il 1992.

Altra gemma sensibile alle limitazioni CITES è il corallo. Mentre il Rubrum del Mediterrameo fa parte dell’appendice II, l’Elatius, il Japonicum, il Konojoi ed il Secundum, su richiesta della Cina, sono nell’Appendice III e quindi non esportabili.

Antonello Donini (Cisgem Milano) ha illustrato i 14 bollettini (sheets) informativi e coperti da copyright dell’LMHC, un organismo che dal 2001, sulla strada tracciata nel 1986 dall’Intergemlab, riunisce sette laboratori: CGL (Giappone), CISGEM (Italia), DSEF (Germania), GIA (USA), GIT (Thailandia), Gübelin Gem Lab (Svizzera) e SSEF Swiss Gemmological Institute (Svizzera). I bollettini coprono problematiche relative ai corindoni (con o senza indicazioni di riscaldamento, con residui del processo di riscaldamento in fessure e/o cavità cicatrizzate e/o riempite di vetro con effetti migliorativi della purezza, con diffusione profonda di elementi estranei diversi dall’idrogeno, padparadscha), smeraldo (riempimento di fessure/miglioramento della purezza), tormalina Paraíba, alessandrite, giada, ambra e copale, opale idrofane. Scopo dei bollettini è l’armonizzazione della nomenclatura e l’eliminazione delle possibili discrepanze su argomenti gemmologici potenzialmente sensibili a controversie.

Dettaglio della presentazione di Rocco Gay
Figura 2 – Dettaglio della presentazione di Rocco Gay. (Foto: Paolo Minieri)

Rocco Gay (Petramundi), grazie alla sua esperienza diretta come importatore e produttore di pietre, ha fornito interessanti spunti sul tema della tracciabilità. Il controllo certificato dell’integrità dei vari passaggi della supply chain è richiesto ormai in modo inderogabile dai grandi brand di gioielleria. Ad esempio, sono di fatto vietati il lapis afgano, i materiali dalla Russia e dall’Afghanistan, i rubini birmani, la malachite del Congo se acquistata prima del 2024.

Per le pietre di colore, a causa della frammentarietà della fornitura, vi sono molte più difficoltà rispetto ai diamanti che possono usufruire di blockchain dedicate. Il controllo diretto, risalendo alle miniere, può essere realizzato in minima parte: il materiale è infatti frequentemente sottoposto a intermediazione. D’altro lato ricorrere alle multinazionali dell’estrazione (Gemfields, Fura Gems, etc.) favorirebbe un fenomeno di “colonialismo economico”. ICA e RJC sono i soggetti più accreditati per sostenere le aziende nel loro percorso di acquisizione responsabile delle materie prime.

Gemme antiche, gemme antichissime

L’orizzonte archeogemmologico ha ispirato la presentazione di Loredana Prosperi (Istituto Gemmologico Italiano), che ha caratterizzato alcuni dei gioielli delle ricchissime collezioni provenienti dalla Pompei romana. Si segnalano, oltre numerose agate e corniole, perle d’acqua salata (rilevata la presenza di manganese), un quarzo citrino con inclusioni a manto di tigre, forse dovuto a riscaldamento successivo all’evento eruttivo, un corindone azzurro di origine magmatica di circa 11 carati con incisione raffigurante un cavallo alato, pieno di inclusioni e di presumibile provenienza etiope e un calcedonio verde, ovvero prasio, lo “smeraldo” dei romani.

In chiave storica si inquadra la descrizione di Ugo Longobardo delle gemme del tesoro di Sant’Agata a Catania, mentre è stata prettamente gemmologica la ricostruzione degli arredi liturgici ed ex-voto siciliani da parte di Marilisa Yolanda Spironello (Università di Catania).

Un ben più deciso salto nel passato è stato suggerito da Fabrizio Nestola (Università di Padova) che, ormai da diverso tempo, studia i diamanti super-profondi che si sono formati, tra 3,5 e 0,2 Ga fa, a profondità comprese tra 140–150 e addirittura 1000 km, fino al mantello inferiore, e che rappresentano solo l’1% di tutti i diamanti studiati finora. Questi sono sicuramente i diamanti più intriganti perché forniscono informazioni estremamente preziose sulla Terra profonda. Quando queste pietre rare e preziose catturano le inclusioni minerali durante la loro ascesa verso la superficie terrestre, consegnano veri e propri frammenti del mantello profondo direttamente nelle nostre mani. Tra l’altro, diamanti famosi — dal Cullinan al Diamante Hope — sono super-profondi.

Determinazione dell’origine: rubino e lapis

La questione, oggi così dibattuta e determinante nell’orientamento degli studi e nell’indirizzo della ricerca gemmologica, dell’individuazione dell’origine geografica delle gemme, è emersa in due presentazioni. Fin dalle precedenti Conferenze in Italia è emersa, tra i ricercatori italiani, l’opinione che la gemmologia italiana debba fornire alla ricerca accademica un migliore supporto per ottenere caratterizzazioni complete dei materiali prodotti dall’industria e apprezzati dal mercato. È essenziale organizzare una raccolta sistematica di campioni di quelle gemme il cui valore di mercato è accresciuto dalla determinazione della loro origine geografica, con il supporto di coloro che conoscono le aree di estrazione.

Il ritrovamento casuale di un gruppo non classificato di rocce presso l’Università di Ferrara, rivelatisi di origine metamorfica da giacimenti dell’Africa occidentale o Madagascar, ha offerto lo spunto a Costanza Bonadiman (Università di Ferrara) per fissare le relazioni tra ambiente di formazione del minerale e le sue proprietà chimico fisiche. Per studiare le motivazioni del colore dei corindoni, agli elementi cromofori (rosa, rosso: Cromo trivalente Cr3+; arancio: Cr3+; giallo: Ferro trivalente F3+; blu: Ferro bivalente Fe2+ – Titanio tetravalente Ti4+; verde, viola e blu: Vanadio trivalente V3+) è necessario associare il comportamento di tre isotopi di Silicio Si (28Si, 29Si, 30Si) che mostrano un’interferenza significativa. Ad esempio il Cromo, che genera il rosso ed il viola, può essere potenziato e depotenziato dal Silicio. Ma i suoi livelli, quasi sempre — in tutti i rubini — relativamente costanti (compresi tra 500 e 1400 pp), fanno del Si lo strumento di fingerprinting meno adatto. Di conseguenza, l’indagine s’è concentrata sugli altri cinque elementi: Vanadio V, Ferro Fe, Gallio Ga, Cromo Cr e Titanio Ti. Di questi cinque elementi, V, Fe e Ga sono considerati le variabili più indipendenti per determinare l’impronta digitale della roccia.

Dettaglio della presentazione di Laura Guidorzi
Figura 3 – Dettaglio della presentazione di Laura Guidorzi. (Foto: Paolo Minieri)

Laura Guidorzi (Università di Torino) ha esposto i risultati di uno studio, avviato nel 2008, dell’Università di Torino sulle caratteristiche chimico-fisiche del lapislazzuli, roccia metamorfica con 30 fasi, la cui provenienza attestata è fissata principalmente dai giacimenti di Badakhshan in Afghanistan: si può considerare la possibile esistenza di altre fonti minori in Asia (ed altre rotte commerciali). È stato approntato un protocollo non invasivo capace di identificare cinque provenienze: Afghanistan, Tajikistan, Siberia, Cile e Myanmar. Le analisi includono microscopia e tecniche avanzate come la PIXE e la ionoluminescenza, utilizzabili solo in grandi strutture di ricerca.

Caratterizzazioni e trattamenti. Vetro libico, opale rosa e blu, trapiche, ambra, tormaline, topazi e turchese

Pia Antignani (Labigem Vicenza) ha ripercorso la storia del Vetro del Deserto Libico (LDG), formatosi circa 29 milioni di anni fa in conseguenza di un impatto o di un’esplosione atmosferica di un corpo extraterrestre. Nel 1922 l’archeologo Howard Carter trovò, tra oltre 5.000 manufatti, uno scarabeo di colore giallo-verde nella tomba del faraone Tutankhamon. Solo decenni dopo il mineralogista italiano Vincenzo de Michele identificò il reperto come un vetro naturale: lo studio offre ora una caratterizzazione completa dell’LDG utilizzando tecniche avanzate come SEM-EDS, FTIR, micro-Raman e UV-Vis-NIR.

Franca Caucia (Università di Pavia) ha riferito i risultati della caratterizzazione, effettuata su campioni grezzi e cabochon ed utilizzando un protocollo multitecnica (invasive: XRPD, SEM-EDS, Laser Ablation-ICP-MS e non distruttive: micro-Raman, FTIR/micro-ATR, UV-Vis-NIR, micro-fluorescenza), di un giacimento australiano di opale rosa di qualità gemmologica, nella formazione di Radiolarite di Windalia, risalente al Cretaceo Inferiore. Questo opale, raro e poco conosciuto, varia dal traslucido all’opaco, con lucentezza grassa e tonalità che vanno dal rosa chiaro all’intenso, spesso con un overtone arancione.

Sara Monico (Università degli Studi di Milano) ha caratterizzato l’opale blu andino proveniente dalla miniera di Acarí in Perù, il cui caratteristico colore blu è attribuito alla presenza di inclusioni minerali ricche di rame. L’approccio è stato multi-metodologico: le tecniche di diffrazione a raggi X hanno permesso di ricostruire l’assemblaggio mineralogico e di quantificare la frazione amorfa, mentre la mappatura Raman ha evidenziato le diverse fasi della silice e la distribuzione delle impurità. La microstruttura e l’analisi degli elementi in traccia indicano che il colore blu è influenzato sia da inclusioni mineralogiche che dai processi geologici e ambientali di formazione.

Isabella Pignatelli (Università della Lorena) ha fatto luce sulle rare varietà “trapiche”, un termine spagnolo ispirato alla somiglianza di questa texture con un ingranaggio utilizzato per schiacciare la canna da zucchero. Inizialmente il termine si riferiva a un tipo di smeraldo colombiano formatosi in scisti neri alterati da albitizzazione e calcitizzazione. Successivamente, il termine è stato applicato anche a zaffiri e rubini (provenienti da depositi associati a marmi) con texture simili provenienti dall’Asia sud-orientale. Negli smeraldi questa texture è caratterizzata da un nucleo centrale circondato da sei settori di crescita cristallograficamente equivalenti (dendriti e talvolta sovracrescita), causati da variazioni nei parametri fisico-chimici durante la crescita del cristallo. Finora, le texture trapiche sono state riscontrate solo in minerali con alta simmetria: cubica per il granato, esagonale per lo smeraldo, trigonale per il rubino e la tormalina. Studi recenti tramite tomografia computerizzata (CT) hanno fornito nuovi dati mineralogici e geochimici, permettendo confronti tra le texture trapiche di smeraldi e rubini e la ricostruzione dei loro modelli di crescita.

Maya Musa (Università di Pavia) ha esaminato i diversi tipi di ambra disponibili sul mercato: naturale, risalente a 25–100 milioni di anni fa (Simetite, Rumeite, Dominicana, Messicana, Baltica, Burmite, Canadese) e trattata mediante ricostruzione idrotermale o neo-sintesi da polveri (polvere di ambra pressata con o senza additivi tramite processo idrotermale, copale trattato con processo idrotermale). Il pattern a “vetro smerigliato” (frosted glass) indica la pressione sulle polveri, i flussi rossi segnalano l’uso di alte temperature, mentre l’effetto “sun spangle” è causato da un raffreddamento improvviso. Questi materiali non vengono spesso identificati dai laboratori gemmologici, creando un mercato “grigio”. In gemmologia, la differenza tra ambra e copale è tradizionalmente determinata dal processo di polimerizzazione.

Dettaglio della presentazione di Federico Pezzotta
Figura 4 – Dettaglio della presentazione di Federico Pezzotta. (Foto: Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore)

La presentazione di Federico Pezzotta (MUM Museo Mineralogico) è stata forse l’unica a riportare l’attenzione sull’estrazione industriale di pietre preziose, specificamente sui materiali di particolare valore nel commercio. Pezzotta ha ripreso quanto riferito alla Conferenza tenutasi nel 2023 a Roma, riguardo al giacimento di Mavuco in Mozambico, scoperto nel 2006, di tormalina elbaite. Mentre a Roma il tema era la varietà Paraíba, questa presentazione si è concentrata sulla rubellite contenente rame. Il giacimento produce 200/300 grammi al giorno di materiale di qualità gemmologica da 200 tonnellate lavate, di cui il 10% è Paraíba, gemma che rimane l’obiettivo principale. Tuttavia, tutta la tormalina viene venduta, senza alcuna rimanenza. Il giacimento produce pietre grezze in una vasta gamma di colori: rosso o rosa (con sfumature viola), verde, verde/giallo e blu.

Il mercato preferisce chiaramente l’elbaite blu con una leggera sfumatura verdastra. Le pietre blu con un effetto neon, visibile da lontano, sono altamente apprezzate poiché sembrano avere una luce propria. Il trattamento termico è fondamentale per ottenere tonalità blu. Mentre le pietre blu non sono trattate, quelle verdi rispondono bene e quelle gialle rappresentano un rischio, quindi l’orientamento del grezzo deve essere preciso. Le tormaline contenenti rame di colore rosso possono anche cambiare colore se riscaldate, trasformandosi in un blu chiaro, simile all’acquamarina, colore che può essere classificato come tormalina Paraíba.

Il mercato apprezza anche la rubellite. Pertanto, le pietre con una forte tonalità rossa, senza sfumature rosa o fucsia, potrebbero non necessitare di riscaldamento e possono comunque ottenere un apprezzamento considerevole nel commercio.

Floriana Rizzo (Università Aldo Moro, Bari) ha approfondito, lavorando su campioni provenienti da svariati contesti geologici pegmatitici (Cruzeiro e Golconda, Brasile; Malkhan, Russia; Nuristan, Afganistan) le cause del cambiamento di colore in tormaline irradiate e trattate termicamente. Queste sono state analizzate confrontando gli spettri acquisiti prima e dopo i trattamenti. I risultati ottenuti mostrano che le variazioni di colore possono essere correlate ai cambiamenti degli stati di valenza di Manganese Mn e Ferro Fe. In particolare, l’irradiazione con raggi elettronici ha portato all’ossidazione di Mn2+ → Mn3+ e Fe2+ → Fe3+, sviluppando colori più scuri nei campioni. Successivi trattamenti termici, effettuati sui campioni irradiati, riducono Mn3+ → Mn2+ e Fe3+ → Fe2+, producendo tinte più chiare e incolori.

Dettaglio della presentazione di Giuseppe Elettivo
Figura 5 – Dettaglio della presentazione di Giuseppe Elettivo. (Foto: Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore)

Giuseppe Elettivo (Università Aldo Moro, Bari) ha contestualizzato l’irraggiamento nel quadro storico dei trattamenti in generale, soffermandosi in modo particolare sul topazio, il cui colore può essere modificato grazie ad elettroni, raggi ɣ, neutroni e raggi X. La ricerca avviata ha caratterizzato la campionatura diretta di topazi (da giacimenti primari e secondari di Tanzania, Mozambico, Madagascar e Brasile) prima e dopo test di irraggiamento con elettroni presso LINAC a Frascati e con Beam Line DXRL Sincrotone a Trieste. La spettroscopia UV-VIS, in conclusione, è deputata ad essere una tecnica utilizzata per l’individuazione del trattamento d’irraggiamento con particolare riferimento alla diagnosi del colore azzurro indotto ed agli eventuali rischi dovuti al decadimento di alcuni elementi all’interno delle gemme verificando il danno per la salute di chi li indossa.

Valentina Gagliardi (Istituto Gemmologico Italiano) ha preso in esame la turchese, gemma che si forma per lisciviazione di rocce contenenti rame, alluminio, ferro e fosforo. Ha una tessitura fine, derivante dalla sua microstruttura cristallina, ottenuta da un denso impacchettamento dei cristalli e produce una lucentezza cerosa molto apprezzata, mentre una tessitura più porosa lo è meno. Trattamenti come l’impregnazione con cere o resine migliorano la lucentezza e riducono la porosità del materiale. Tra i trattamenti, il metodo Zachery, su cui ci sono ancora molti dubbi su come venga effettuato, è particolarmente complesso da identificare. Fortunatamente, la sua identificazione oggi è resa meno complessa mediante indagini sulla composizione chimica del materiale (la presenza dell’elemento Potassio K ne è indice inequivocabile) svolte ad esempio attraverso l’uso di tecniche avanzate come la spettroscopia FTIR e XRF, che permette di rilevare tali interventi e distinguere la turchese autentica dalle imitazioni, spesso realizzate con magnesite, howlite, lazulite e dickite tinta. Il più recente trattamento “porcellana cinese” non è mai apparso tra le turchesi sottoposte al laboratorio.

Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore: saluti introduttivi
Figura 6 – Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore: saluti introduttivi. (Foto: Paolo Minieri)

Strumentazione. Raman, fotografia ad infrarossi, raggi X ad alta energia

Sull’analisi spettroscopia Raman ci sono state tre presentazioni. Riccardo Tagliapietra (Renishaw S.p.A.) ha illustrato le potenzialità della strumentazione dell’azienda il cui core business risiede nei sistemi di misura, controllo del movimento, spettroscopia e apparecchiature di precisione.

Riccardo Brandiele (Metrohm), sfruttando due strumentazioni Raman Metrohm (ʎ=532 nm e 785 nm), dotate di microscopio con diversi ingrandimenti 20x e 50x, ha ribadito una possibilità già sfruttata in gemmologia è cioè come, col confronto dell’intensità dei picchi, l’analisi Raman permetta di capire l’origine della pietra, eventuali impurezze e di identificare il luogo di origine del materiale. In modo specifico questa strumentazione discrimina con successo il corallo di colore rosso naturale con carotenoidi che mostrano un picco a 1500 cm- dalle imitazioni, nonché le perle d’acqua salata da quelle d’acqua dolce e dalle imitazioni. La separazione del genus Corallium — va osservato a latere — è ormai da tempo possibile. La sfida resta quella dell’identificazione delle specie con tecniche non distruttive.

La presentazione di Lorenzo Pasetti (Università di Parma) s’è incentrata sulla caratterizzazione di varie specie di tormalina utilizzando la spettroscopia Raman, analizzando in particolare la dipendenza dei parametri dei picchi dalla composizione chimica, dalla distribuzione degli elementi nella cella unitaria e dai cambiamenti di colore. I vantaggi di questo tipo di indagine consistono nel fatto che non è distruttiva e permette di rilevare alcune specie. Nonostante diversi studi abbiano già utilizzato la spettroscopia Raman per caratterizzare le specie di tormalina, manca ancora un modello completo che possa collegare i parametri dei picchi Raman alla composizione delle tormaline.

Dettaglio della presentazione di Emanuele Costa
Figura 7 – Dettaglio della presentazione di Emanuele Costa. (Foto: Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore)

Emanuele Costa (Università di Torino) ha riferito d’una tecnica di riproduzione fotografica a infrarossi di alcuni campioni di ambra del Simeto, grazie alla quale si è riusciti ad ottenere una particolare trasparenza in modo da esaminare con maggior dettaglio alcune caratteristiche interne dei campioni.

Rimuovendo i filtri delle moderne fotocamere con sensori CCD che sono sensibili alla radiazione ultravioletta e infrarossa, si estende la sensibilità spettrale tra circa 850 e 350 nm, consentendo di ottenere foto a infrarossi semplicemente posizionando un filtro IR davanti al sensore o all’obiettivo.

I campioni di ambra, messi a disposizione dall’Università di Palermo, sono stati fotografati sotto luce UV (365 nm) sia nel visibile che nell’infrarosso per verificare la presenza di fluorescenza IR. Durante l’esame delle foto a infrarossi scattate in luce visibile, si è notato che anche i campioni molto scuri di ambra simetite mostravano una notevole trasparenza.

Dettaglio della presentazione di Raffaele Agostino
Figura 8 – Dettaglio della presentazione di Raffaele Agostino. (Foto: Sesta Conferenza Nazionale Diamante e Gemme di Colore)

Raffaele Agostino (Università della Calabria) ha illustrato le possibilità dell’utilizzo di una sorgente che produce raggi X di alta energia in uso, per una vasta gamma di applicazioni, nelle stazioni sperimentali µTomo2 e SoftX dell’Infrastruttura STAR a Cosenza.

È possibile che le applicazioni nel campo della microscopia e spettroscopia avanzata possano essere di supporto all’indagine gemmologica. Il lavoro è appena iniziato ma sembra promettente: nel campo dell’imaging è stato possibile ottenere una radiografia microscopica tridimensionale di una paleo zanzara in ambra, si sono evidenziati cristalli negativi in topazio e la distribuzione dei difetti in granati.

Curiosità di laboratorio

Nell’esercizio delle funzioni d’un laboratorio d’analisi gemmologico non mancano aspetti insoliti e curiosi — se non addirittura bizzarri — che suscitano interesse. Raffaella Navone (R.A.G. Torino) ha riferito di un campione di lonsdaleite, un allotropo del carbonio con un reticolo cristallino esagonale (da cui la sua descrizione come “diamante esagonale”) in vendita a 40000 euro, che s’è dimostrato un materiale agglomerato di polvere di corindone. Come presunta zultanite, comprata in Turchia, si è analizzato un vetro con piombo, praseodimio e neodimio che provocano metamerismo. Un’apatite ha rivelato un rivestimento con fessure riempite con resina.

Giulio Chiodi (Labigem Vicenza) ha riferito di un anello proveniente da un naufragio del XVIII secolo composto da una lega di argento e rame, un elemento trovato in un gambero (gastrolite) e una perla quahog in un vongola che accompagnava una porzione di spaghetti fornita da un takeaway.


Note:

(1) https://www.rivistaitalianadigemmologia.com/2023/04/17/spunti-da-ferrara-1-il-funzionamento-dei-laboratori-una-full-immersion-nel-gubelin-gem-lab/

(2) https://www.rivistaitalianadigemmologia.com/2024/02/06/lintelligenza-artificiale-di-gubelin-gem-lab-rivoluzionera-il-sistema-didentificazione-dellorigine-e-del-trattamento-termico/

(3) https://www.rivistaitalianadigemmologia.com/2021/04/21/la-lenta-agonia-del-kimberley-process-letica-ai-tempi-del-covid-19/

(4) https://www.rivistaitalianadigemmologia.com/2022/05/30/predatori-di-zanne-non-si-ferma-il-commercio-illegale-di-avorio/


Articolo di Paolo Minieri, pubblicato su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 19, Autunno 2024.

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