Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 18 nel 2024. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.
Il 6 settembre 2023 il Gemological Institute of America (GIA) ha annunciato che utilizzerà, nella sezione commenti dei suoi report, il termine commerciale “Hanadama”, storicamente attestato, per distinguere una specifica qualità delle perle coltivate Akoya. L’annuncio chiarisce che, per essere designate come “Hanadama”, le perle coltivate Akoya devono presentare alcuni precisi criteri di classificazione e di valutazione del GIA: forma da rotonda a quasi rotonda, colore di corpo bianco (con o senza sovratono), eccellente lucentezza, superficie da pulita a leggermente imperfetta, composizione da eccellente a molto buona, spessore e qualità del nacre sufficienti.
Come sottolinea acutamente Gary Roskin, «Hanadama, Sangue di Piccione, Paraiba, Cromo questo, Cobalto quell’altro… sono nomi commerciali e strumenti di marketing utilizzati per comunicare al consumatore il livello eccezionalmente alto di particolari qualità». La decisione del GIA è senza dubbio in linea con questa tendenza ormai ben consolidata ma qui è interessante osservare che l’attributo “Hanadama”, che può esser tradotto come “fior fiore delle perle”, questa volta non deriva dalla terminologia gemmologica “occidentale”, che ha prodotto termini come Sangue di Piccione, Paraiba, Acquamarina Santa Maria, ecc. Piuttosto la denominazione “Hanadama” risponde alle suggestioni e alla conseguente nomenclatura di un mercato, quello delle perle coltivate, tradizionalmente influenzato dall’esperienza culturale e dalla leadership commerciale del Giappone. Un mercato che è alimentato dalla schiacciante domanda di perle Akoya di qualità che, negli ultimi dieci anni, proviene da un altro gigante dell’Estremo Oriente, la Cina.

Il Giappone, paese di origine, produttore e hub globale del mercato delle perle coltivate Akoya, ha una propria tradizione nel campo della nomenclatura e della valutazione delle perle. Laboratori giapponesi rinomati come il PSL (Pearl Science Laboratory) e il Pearl Institute utilizzano una propria terminologia specificamente basata su fattori come lo spessore del nacre, l’assenza di difetti della superficie e la lucentezza. Ad esempio i certificati del PSL, dal grado più basso al più alto, sono: perle FA senza qualificazione, SJ e SK per Aurora Rosé e Aurora Peacock, SS per Aurora Hanadama, SP per Aurora Goddess.
Tra l’altro sembra che in Giappone gli operatori abbiano accettato un certo livello di ambiguità nel termine “Hanadama”, costringendo la Japan Pearl Promotion Association, fondata nel 1956 con la missione di fornire supporto all’industria delle perle, a rilasciare un’importante dichiarazione sul suo sito ufficiale per ricordare alle aziende giapponesi del comparto delle perle di usare questo termine con cautela.
Nello specifico deve essere considerato che “Hanadama” è un termine che è stato impiegato dai professionisti delle perle in Giappone sin dai tempi antichi e denota una categoria molto limitata ed esclusiva di perle non trattate, così come escono dal mollusco. Paradossalmente, un’interpretazione letterale di questo termine giapponese nel suo senso originale non permetterebbe una sua applicazione, ad esempio, a una semplice collana, poiché, semplicemente, le perle di questa categoria non potrebbero essere forate.
«Tuttavia, nel mercato di oggi, diverse qualità di perle Akoya sono commercializzate sotto il nome di “Hanadama” senza che nel comparto ci sia uno standard unificato per questa qualità […]» si ammette nel testo delle Norme per le Perle della Japan Pearl Promotion Association, «[…] pertanto, dire al momento della vendita che una perla è della massima qualità solo perché ha un certificato “Hanadama” non è una condizione sufficiente per garantire il consumatore».
Non è un caso che la nomenclatura e gli standard giapponesi per le perle Akoya, tradizionalmente utilizzati in Asia e radicati in una diversa tradizione, siano stati attentamente esaminati dal GIA. «Abbiamo intrapreso un esame approfondito di come sia usato, all’origine e oggi, il termine “Hanadama” raccogliendo ampi contributi da addetti ai lavori del settore», ha dichiarato Tom Moses, Vicepresidente Esecutivo, Capo del Laboratorio e Direttore della Ricerca.
Dopo tutto, un attributo, vuoi che si tratti di un’indicazione di origine geografica o di un riferimento ad una suggestione d’origine letteraria, può essere trasformato in un fattore di distinzione qualitativa e può funzionare bene come marchio, anche se proviene da una cultura lontana.
Gem News pubblicata su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 18, Primavera 2024



















