I temi etici vengono riproposti con insistenza in tutti i settori dell’economia. La gioielleria non fa eccezione. Stimolare una riflessione su questi argomenti è senza dubbio positivo. Ma bisogna avere il coraggio di passare al concreto, andando oltre il persistente tam tam mediatico.
La responsabilità sociale non è fumosa dichiarazione di principio. È un approccio che deve consentire di agire con azioni, con metodo, evitando inconcludenze e generici propositi di buone intenzioni.
Nei recenti comunicati dedicati alla fair disclosure, cioè alla corretta comunicazione delle caratteristiche delle gemme, anche Federpreziosi torna sul tema della trasparenza nella commercializzazione dei materiali gemmologici.
Federpreziosi è la più grande associazione italiana di operatori della gioielleria. E dichiara che recuperare la fiducia del pubblico è una delle sfide decisive che determineranno il futuro del settore.
Su questo siamo tutti d’accordo. Proprio per questo, però, bisogna andare alla radice del problema.
La fiducia si conquista con uno sforzo. È il momento di promuovere azioni incisive, nelle quali gli operatori si impegnino a sottoscrivere un patto chiaro con i propri clienti: una vera assunzione di responsabilità su quello che si dice al cliente. Cosa esattamente gli sta consegnando il gioielliere?
Non si tratta, dunque, di richiamare semplicisticamente gli operatori a non denominare i diamanti sintetici lab-grown. Questo è quello che leggiamo nel comunicato stampa di Federpreziosi.
Non bisogna confondere una parte con il tutto. Perché concentrarsi su pochi termini, uno alla volta ed in ordine sparso?
Facciamo una piccola premessa, il mondo della mineralogia è da sempre molto chiaro su questo punto: in maniera molto semplice se un qualsiasi minerale (e vale per tutti i minerali, compreso il diamante che altro non è che una delle 6.239 specie mineralogiche ufficialmente approvate e valide) si forma in natura, allora può chiamarsi con il suo nome. Se lo stesso minerale viene prodotto in un laboratorio si aggiunge al suo nome il termine “sintetico”. Vale sempre e per ogni minerale!
Estraggo in miniera un berillo varietà smeraldo? In un documento d’analisi scriverò “berillo varietà smeraldo”. Produco un berillo varietà smeraldo in un laboratorio? In un documento d’analisi scriverò “berillo sintetico varietà smeraldo”. Come si direbbe a Roma, è una cosetta facile facile.
Per renderla ancora più chiara, ad esempio si produce faujasite sintetica per la raffinazione del petrolio e nessuno la chiama lab-grown faujasite!
Entriamo nello specifico mondo gemmologico. L’obbligo di attenersi alla denominazione “sintetico” per il diamante non è affatto una novità. È un principio consolidato da anni e già previsto dalla normativa tecnica italiana.
Basta considerare la norma UNI 11828:2021, “Diamante sintetico – Terminologia, classificazione, caratteristiche e metodi di prova”, strettamente collegata alla norma UNI 9758:2021, “Diamante – Terminologia, classificazione, caratteristiche e metodi di prova”.
È vero: oggi questo invito viene ribadito anche dal CIBJO, la principale organizzazione internazionale di riferimento per il settore della gioielleria. Ma per CIBJO questa è una precisazione che si colloca nel quadro molto più ampio dei propri Blue Books e delle numerose norme e raccomandazioni elaborate a beneficio della categoria. Un lavoro esteso.
Ma restiamo in Italia. Qui da noi sul terreno della corretta terminologia e della trasparenza si è già fatto molto di più. E per l’appunto inquadrando la necessaria correttezza terminologica in un quadro normativo più ampio, col concorso di una platea rappresentativa più estesa.
Il lavoro sulle regole per una corretta commercializzazione di tutte le gemme non comincia certo oggi, come sembra di capire da uno dei comunicati di Federpreziosi.
Un documento organico, ampio, esauriente ma sintetico e concretamente applicabile alla filiera è stato elaborato nel 2023 attraverso un confronto che ha coinvolto università, gemmologi, laboratori, associazioni professionali, imprese e operatori del settore.
Non si tratta, quindi, di intervenire soltanto sull’impropria terminologia utilizzata nel singolo caso dei lab-grown. E non si tratta neppure di immaginare oggi, da zero, quali dovrebbero essere le regole. La domanda, semmai, è un’altra: perché un lavoro già realizzato e condiviso non è ancora diventato patrimonio operativo dell’intera filiera?
Chi ha scritto le Linee Guida del 2023?
La risposta è significativa, perché dimostra quanto fosse ampia la rappresentanza coinvolta.
Il gruppo di lavoro ha coinvolto figure provenienti da alcune delle realtà più qualificate della gemmologia italiana: Loredana Prosperi, dell’Istituto Gemmologico Italiano e storica collaboratrice proprio di Federpreziosi; Antonello Donini, del CISGEM; Rocco Gay, nella sua qualità di Vice Presidente dell’ICA; Eugenio Scandale, dell’Università Aldo Moro di Bari; Luigi Costantini, membro della Commissione UNI; Michele Macrì, dell’Università La Sapienza di Roma; Alberto Scarani, di Magilabs e vincitore del Bonanno Award; Paolo Minieri, direttore editoriale di IGR, Rivista Italiana di Gemmologia; Rinaldo Cusi, presidente dell’AIG, Associazione Italiana Gemmologi; oltre ad altri professionisti e rappresentanti del settore.
Un elemento merita di essere sottolineato.
Non è il documento di una singola associazione.
Non è il documento di un singolo laboratorio.
Non è il documento di una singola rivista.
Nasce da un confronto pacato e costruttivo tra competenze e sensibilità diverse.
Nasce da limature, discussioni e riscritture.
Nasce dall’incontro tra il rigore scientifico e il senso pratico di chi conosce il mercato in uno spirito di rappresentatività estesa.
E proprio la presenza, nello stesso gruppo, di esponenti del mondo accademico, laboratoristico, associativo e professionale rappresenta uno dei punti di forza dell’iniziativa.

Chi ha coordinato il gruppo di lavoro che ha redatto le Linee Guida?
L’Università La Sapienza di Roma.
Il lavoro è durato diversi mesi.
Durante la Conferenza Nazionale di Gemmologia del giugno 2023 fu annunciata ufficialmente una tavola rotonda nella quale vennero presentate al pubblico le “Linee guida per la commercializzazione dei materiali gemmologici”, con l’obiettivo di favorire una comunicazione corretta e trasparente delle caratteristiche delle gemme immesse sul mercato.
Non fu, dunque, un’iniziativa improvvisata.
Regole di indirizzo che vincolano solo chi le sottoscrive
Le linee guida dunque sono il risultato di un percorso di chiarezza. E questo percorso porta inevitabilmente ad una “soft law”.
Le regole ci sono ma servono solo se formano un insieme la cui applicazione deve essere incoraggiata.
Nel rapporto con la legislazione ordinaria, la soft law indica atti o regole di indirizzo che non hanno forza vincolante piena, ma orientano il comportamento degli operatori.
Il vincolo è di chi aderisce e sottoscrive. In questo contesto le Linee Guida possono produrre effetti e benefici pratici.
Bisogna solo fare da esempio e adottarle. Azienda per azienda.
Senza il coraggio di firmare una serie di norme operative, qualunque esse siano, non si va da nessuna parte e l’impegno etico finisce con l’avere la stessa valenza di una letterina con tante vaghe e confuse promesse a Babbo Natale.
Ma non si poteva fare una legge dello Stato?
È una domanda che il settore si pone da molti anni. Le Linee Guida nascono infatti per trovare una soluzione al fallimento della politica.
E la risposta va cercata nella storia parlamentare italiana.
Già nella XVI legislatura furono presentate le proposte di legge A.C. 225 e A.C. 2274 sulla regolamentazione del mercato dei materiali gemmologici. I due testi furono successivamente riuniti in un testo unificato, approvato dalla Camera dei deputati il 30 novembre 2011.
Il provvedimento fu quindi trasmesso al Senato, dove assunse il numero S.3048. Nell’ottobre 2012 il disegno di legge risultava ancora all’esame della Commissione competente, con termine per la presentazione degli emendamenti fissato al 16 ottobre.
Nella XVII legislatura fu presentato il disegno di legge S.683, sempre concernente la regolamentazione del mercato dei materiali gemmologici. Nel giugno 2014 il provvedimento risultava ancora in corso di esame in sede consultiva.
Nel 2017 fu infine presentato il disegno di legge S.2830, intitolato “Regolamentazione del mercato dei materiali gemmologici e norme a tutela dei consumatori”.
La storia parlamentare mostra dunque un dato difficilmente contestabile: per anni il legislatore ha affrontato il problema senza arrivare a una disciplina organica.
Niente di niente è diventato legge. Nessuna regola è entrata in vigore.
Nel frattempo, però, il mercato non si è fermato.
Le gemme hanno continuato a essere importate, commercializzate, montate, pubblicizzate e vendute.
E, soprattutto, la mancanza di un contesto normativo chiaro e condiviso ha lasciato spazio a truffe, raggiri, denominazioni fantasiose o inesatte, omissioni e prezzi gonfiati ben al di sopra dei valori di mercato.
Si perseguono le truffe nella gioielleria in Italia?
Nella maggior parte dei casi un giudice non può affrontare una controversia di questo tipo facendo ricorso al solo codice civile.
Non possedendo competenze tecniche si ricorre quindi a un CTU, in un contesto spesso confuso e, non di rado, in assenza di una documentazione scritta sufficientemente precisa. Il giudice non sempre trova facilmente assistenza adeguata.
Il risultato è che i malfattori hanno tutto il tempo di imbrogliare le carte. E la fanno franca.
Allo stato attuale, in molti casi, le frodi attuate nella vendita delle pietre non riescono dunque a essere perseguite adeguatamente.
Il parere di esperti in materia giuridica riconosce che le Linee Guida potrebbero offrire un aiuto concreto all’azione della magistratura, fornendo un riferimento tecnico immediato per orientare il giudice e per valutare la correttezza delle informazioni fornite nella transazione.
Che fare, allora?
Rimanere in una situazione nella quale la qualità e la natura del materiale possono essere comunicate in maniera non uniforme?
Perpetuare raggiri, opacità, inganni e frodi?
Oppure mettere in moto, dal basso, uno strumento volontario e condiviso che stabilisca un livello accettabile di correttezza?
È questa seconda strada che ha cominciato a prendere forma nel mondo gemmologico e accademico e che ha ispirato le Linee Guida del 2023.
Il ruolo delle Università
Non è casuale che il mondo universitario abbia assunto un ruolo crescente in questa materia.
Da oltre un decennio le università italiane impegnate nella mineralogia e nella gemmologia hanno mantenuto un rapporto sempre più stretto con il mondo produttivo e professionale.
E hanno mantenuto vivo il dibattito sulle possibili normative.
Il percorso dei convegni nazionali è partito dagli incontri di gemmologia scientifica di Roma, Bari, Firenze e Napoli, per proseguire con le successive Conferenze Nazionali di Gemmologia.
Determinante è stato poi l’impulso impresso dalla Conferenza di Roma del 26 e 27 giugno 2023, organizzata presso il Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza.
Il punto non è sostenere che l’Università debba sostituirsi alle imprese o alle associazioni.
È esattamente il contrario.
In un settore nel quale convivono interessi commerciali, professionali e associativi, l’Università può offrire quella posizione di terzietà necessaria per mettere intorno allo stesso tavolo soggetti diversi.
Eugenio Scandale, mineralista e già professore ordinario di Mineralogia all’Università di Bari, è stato una delle figure accademiche che hanno contribuito, fin dal 2011, a mantenere aperto questo dialogo tra ricerca scientifica e mondo delle gemme.
Il lavoro di ascolto delle parti in causa e di coordinamento per la redazione congiunta del testo è stato poi portato a compimento da Michele Macrì, una delle figure più note nel panorama gemmologico universitario italiano.
Le Linee Guida del 2023 erano le prime?
No.
Anche questo è un punto che vale la pena ricordare.
Il discorso non era rimasto lettera morta dopo il naufragio dei disegni di legge.
Il documento era stato elaborato da Luigi Costantini, Alberto Scarani e Paolo Minieri.
Quel lavoro fu precursore ma non diventò però uno strumento operativo generalizzato.
Va detto, tuttavia, che, sebbene mai applicato da Assogemme, costituì una base tecnica dalla quale partire per sviluppare ulteriormente il tema della trasparenza nella vendita delle gemme.
La storia delle Linee Guida, quindi, non comincia nel 2023.
Il 2023 rappresenta piuttosto il momento nel quale esperienze precedenti vengono riportate all’interno di un confronto molto più ampio.

Nove punti per rendere trasparente una vendita
Le Linee Guida sono costruite attorno a un principio semplice: chi mette sul mercato una gemma deve assumersi la responsabilità di descrivere correttamente ciò che sta vendendo.
Le informazioni fondamentali riguardano:
- Specie mineralogica, varietà e gruppo, quando la specie non sia riconoscibile. Ad esempio: gruppo dei granati, specie grossularia, varietà tsavorite.
- Origine, distinguendo tra materiale naturale, risultato di processi geologici, e materiale artificiale, prodotto attraverso processi industriali o di laboratorio.
- Eventuali trattamenti, indicando, quando possibile, la natura del trattamento e la sua stabilità nel tempo.
- Massa, espressa in carati metrici alla seconda cifra decimale.
- Tipo e forma del taglio.
- Dimensioni, espresse in millimetri alla seconda cifra decimale.
- Tracciabilità, con l’indicazione della provenienza quando questa sia conosciuta o documentabile.

Quali sono le fonti tecniche?
Non si tratta di inventare una nuova lingua della gemmologia.
Al contrario, per evitare interpretazioni arbitrarie, il documento si appoggia a riferimenti normativi e tecnici già consolidati.
Tra quelli italiani figurano le norme UNI dedicate alla nomenclatura dei materiali gemmologici, alla classificazione tipologica del taglio e alla terminologia e caratterizzazione del diamante naturale e sintetico.
Sul piano internazionale vengono richiamati i principali riferimenti elaborati da CIBJO, Laboratory Manual Harmonisation Committee (LMHC), International Colored Gemstone Association (ICA) e Responsible Jewellery Council (RJC).
È un aspetto importante.
Le norme UNI di per sé già potrebbero fare giurisprudenza. Le Linee Guida quindi non pretendono di sostituire la normativa tecnica esistente.
La traducono e la ricompongono in uno strumento comprensibile e concretamente applicabile nella transazione commerciale.
La differenza sta nell’armonizzazione delle fonti normative italiane e non, nel ruolo scientifico del sistema universitario nel dirimere eventuali controversie e incongruenze.
Ma soprattutto la differenza sta nella sottoscrizione di un patto tra operatore e mercato.
Anche negli Stati Uniti, del resto, la Federal Trade Commission dispone da anni di specifiche Jewelry Guides che attingono alle normative tecniche internazionali.
Sono gli stessi operatori a sollecitare e a redigere regole di questo tipo.
Si richiede ai venditori di rappresentare in modo veritiero caratteristiche quali tipo, qualità, peso, taglio, colore, trattamento, origine e altri elementi rilevanti dei prodotti di gioielleria.
La fair disclosure, dunque, non è un’invenzione italiana recente. È un’esigenza internazionale.
Che giudizio hanno avuto le Linee Guida dai più influenti gemmologi a livello internazionale?
Le Linee Guida italiane non sono nate in un isolamento autoreferenziale.
Prima e dopo la loro elaborazione, IGR ha messo il problema della trasparenza nella commercializzazione delle gemme a confronto con alcuni tra i più autorevoli gemmologi internazionali.
Il quadro emerso è tutt’altro che ambiguo: la fair disclosure non è un problema italiano e non è una questione teorica. È una delle grandi sfide che il settore gemmologico deve affrontare a livello internazionale.
Sono state raccolte le opinioni di esperti come Antoinette Matlins, Ken Scarratt, Gary Roskin, Jeffery Bergman, Teri Brossmer, Almudena Gómez Espada e molti altri.
Il giudizio complessivo è stato positivo: le Linee Guida sono state considerate uno strumento professionale, concreto e potenzialmente molto utile per disciplinare la comunicazione commerciale.
Non una nuova sovrastruttura burocratica. Ma semmai un segnale, un modello da imitare che fa onore al nostro paese.
Uno strumento semplice per una regola elementare: dire al cliente che cosa sta comprando.
Cosa ha detto Federpreziosi Campania a IGR sulle Linee Guida?
IGR ha ottenuto nel 2024 anche una dichiarazione da parte di Raffaella Cancellieri, allora presidente provinciale di Federpreziosi per la Campania.
La sua posizione era inequivocabile: «Siamo favorevoli all’introduzione di linee guida a garanzia dell’acquirente. Questo potrebbe diventare un punto di forza per il commerciante che vuole adeguarsi volontariamente. I consumatori hanno poche garanzie. I venditori spesso non sono adeguatamente formati, non hanno un codice di condotta e informazioni chiare da parte dei loro fornitori, di cui spesso si fidano in virtù di rapporti di lunga data. La nostra associazione si è già interessata a questo tema, tanto che è in preparazione un corso di formazione in gemmologia per i rivenditori».
Una dichiarazione che oggi vale la pena rileggere.
Ma tutto questo significa più burocrazia?
No.
Ed è forse uno dei punti più importanti da chiarire agli operatori.
Le Linee Guida non chiedono di trasformare ogni vendita in una pratica amministrativa aggiuntiva.
Non ci sono appesantimenti burocratici.
La normale documentazione commerciale rimane quella prevista dalla prassi: fattura, documento di trasporto e gli altri documenti eventualmente richiesti dalla legge.
L’elemento aggiuntivo è semplice.
Non c’è un obbligo generalizzato in partenza. Ma se il cliente lo richiede, deve essere fornita separatamente una dichiarazione nella quale siano riportate le caratteristiche essenziali della gemma.
È difficile immaginare una misura più semplice per aumentare la trasparenza di una transazione. Scrivere quello che si dice a voce.
Abituarsi a scrivere con ordine e senza omettere dei campi che invece sono necessari.
Aderire alle Linee Guida è e rimane un’azione volontaria da parte degli operatori. Siamo noi, con buona conta, a creare una prassi che diventa norma.
E questa adesione funziona come una garanzia di serietà e correttezza agli occhi dell’intera filiera e, soprattutto, del consumatore finale.
Sarà obbligatorio fornire veri e propri report gemmologici?
No.
Anche in questo caso non ci sono imposizioni.
Tuttavia, l’uso di report di istituti gemmologici di livello professionale è esplicitamente raccomandato per le gemme di elevato valore commerciale.
E ciò non è altro che la ratifica di una prassi che il mercato già conosce. Dotarsi di report gemmologici all’inizio del processo distributivo, tra l’altro, permette alle gemme e ai gioielli di attraversare l’intera catena di fornitura con le carte in regola e senza costi aggiuntivi fino al consumatore finale.
Essere corretti implica che chi si impegna a esserlo debba studiare
I report gemmologici sostengono l’intera filiera nei casi in cui gli operatori non dispongano di strumenti adeguati per affrontare i casi più complessi di identificazione delle gemme e dei loro trattamenti.
Ma allora all’operatore si dice semplicemente di affidarsi ad altri e di delegare le proprie competenze?
Niente affatto.
Le Linee Guida contengono un altro punto che rappresenta forse il loro vero tesoro nascosto: l’impegno a crescere professionalmente.
Il testo dice: «Si richiede di mantenere aggiornata la formazione tecnico scientifica propria e di tutto il personale addetto alla commercializzazione dei materiali gemmologici. Gli aggiornamenti saranno possibili attraverso corsi di formazione/seminari/incontri organizzati di concerto da tutte le categorie sia a livello nazionale sia su base territoriale, in collaborazione con le università e i principali istituti gemmologici».
In pratica, chi adotta le Linee Guida si impegna a innalzare costantemente il livello delle proprie conoscenze e di quelle dei propri collaboratori.
In Italia esistono percorsi formativi di eccellenza.
Si tratta soltanto di fare rete e sistema.

Perché tutto questo dovrebbe interessare il consumatore?
Perché il problema non è soltanto tecnico.
È un problema di fiducia.
Una ormai datata, ma significativa, ricerca condotta negli Stati Uniti da JCK su consumatori di gioielleria mostrava che appena il 47% degli intervistati era sicuro che le gemme e i metalli acquistati corrispondessero effettivamente a quanto dichiarato dal negozio.
Ancora più significativo: l’81% voleva essere informato quando una gemma fosse stata trattata o modificata.
Il dato è datato e non va utilizzato come fotografia dell’Italia di oggi.
Ma illustra bene il problema: quando il consumatore non è in grado di verificare direttamente ciò che compra, la fiducia diventa parte integrante del valore del prodotto.
Meno fiducia significa, inevitabilmente, minore valore.
La trasparenza, quindi, non è un costo imposto al commercio.
Può essere un investimento sulla credibilità del commercio.
La vera questione non è riscrivere le Linee Guida
Ed è qui che il dibattito dovrebbe tornare.
Se il settore dovesse ritenere che le Linee Guida del 2023 debbano essere aggiornate, integrate o migliorate, ben venga.
Tutto si può perfezionare.
Un documento tecnico non discende dall’alto come le tavole della legge date a Mosè.
Le stesse Linee Guida sono state progettate dai redattori per funzionare in modo dinamico.
Le fonti non sono cristallizzate né immutabili. Il documento precisa infatti che le fonti normative possono essere periodicamente revisionate e aggiornate e raccomanda di verificarne sui relativi siti la presenza di versioni successive a quelle elencate.
Questo è esattamente il senso di una linea guida.
Non una legge scolpita nella pietra, ma uno strumento vivo, aggiornabile e migliorabile.
Conclusione
Per questi motivi appare miope, autolesionista e controproducente affrontare la corretta terminologia attraverso iniziative limitate, caso per caso, a singoli problemi, a singole gemme.
E sarebbe altrettanto autoreferenziale pensare di ripartire da zero.
È corretto, invece, ricordare che un lavoro organico esiste già.
È nato da una conferenza universitaria.
È stato discusso con il mondo professionale.
Ha coinvolto laboratori, gemmologi, imprese e associazioni.
Ha utilizzato riferimenti tecnici nazionali e internazionali.
È stato concepito per essere applicato in modo agile.
Comporta una semplice assunzione volontaria di responsabilità.
È stato sottoposto e largamente approvato da alcuni dei più autorevoli gemmologi internazionali.
Ed è stato concepito proprio per rispondere alla domanda alla quale oggi tutti sembrano voler dare una risposta: come si comunica correttamente al consumatore che cosa è la gemma che sta acquistando?
La questione, allora, non dovrebbe essere stabilire se sia necessario scrivere nuove regole, né chi abbia il diritto di farlo.
La domanda dovrebbe essere molto più semplice: perché non applicare, discutere pubblicamente e, se necessario, migliorare insieme quella che la comunità gemmologica italiana ha già elaborato?
È questo il passaggio che può trasformare la fair disclosure da una delle tante dichiarazioni di buone intenzioni in una pratica concreta.
E forse è arrivato il momento di smettere di ridurre l’approccio etico a generiche formulazioni teoriche e cominciare, finalmente, a impegnarsi sul campo.
Le regole esistono già. Il settore le ha sapute scrivere. Ora bisogna avere il coraggio di applicarle.




















Interessante, noi siamo associati alla rivista solamente da poco. Cerchiamo di lavorare con più trasparenza possibile per cui siamo molto interessati a capire come applicare al meglio qualsiasi metodologia che trasmetta al cliente correttezza e chiarezza. Mi piacerebbe molto che la nostra associazione di categoria ci desse dei validi strumenti per ampliare le conoscenze e rimanere aggiornati Come possiamo avere le linee guida?