Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 21 nel 2025. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.
I cosiddetti zaffiri “geuda” sono varietà di corindone naturalmente ricche di sottili micro-inclusioni filamentose di rutilo, che conferiscono al materiale grezzo un aspetto lattiginoso o nebbioso. Questo aspetto li rende, in condizioni naturali, poco desiderabili per il mercato delle gemme tagliate. Abbondantemente presenti nei giacimenti dello Sri Lanka, fino alla metà del XX secolo venivano comunemente impiegati come materiale da giardinaggio o pietrisco, a causa del loro scarso valore commerciale.
La situazione cambiò radicalmente quando commercianti thailandesi, acquisendo geuda a basso costo per usi decorativi, scoprirono il loro potenziale estetico una volta sottoposti a riscaldamento ad alte temperature. Fu l’inizio di una vera rivoluzione commerciale e tecnica: la tecnica classica di trattamento prevede temperature comprese tra i 1600 °C e i 1800 °C, spesso in atmosfera riducente, per favorire la dissoluzione del rutilo e la successiva trasparenza e saturazione del colore blu.

Da oltre quarant’anni, zaffiri blu di vivace colorazione, provenienti da materiale grezzo geuda, occupano una porzione significativa del mercato internazionale delle pietre preziose. In quest’ottica, per i laboratori gemmologici è diventato di grande interesse poter riconoscere e attribuire correttamente questi materiali alla loro origine geuda.
Una recente ricerca, pubblicata su Solid Earth da Pluthametwisute, Nasdala e colleghi, ha proposto un approccio innovativo per distinguere in modo affidabile gli zaffiri geuda naturali da quelli trattati termicamente, combinando metodi di luminescenza, osservazione microscopica e spettroscopia.

I risultati mostrano che gli zaffiri non trattati presentano una luminescenza arancio-rossa sotto luce UV a onda lunga (365 nm), mentre i campioni trattati esibiscono una luminescenza blu sotto UV a onda corta (225 nm), fornendo così un chiaro indicatore visivo dell’avvenuto trattamento termico. Un altro elemento diagnostico è rappresentato dalla trasformazione delle inclusioni aghiformi originarie, tipiche del cosiddetto “effetto seta”: l’alta temperatura induce la fusione di questi aghi, che appaiono al microscopio come “punti blu” disordinati, prova tangibile del riscaldamento fino a 1650 °C.
Inoltre, la ricerca ha messo in luce i limiti delle tecniche classiche di analisi: ad esempio, l’uso esclusivo della spettroscopia FTIR non si è dimostrato sempre risolutivo nella distinzione tra zaffiri trattati e non trattati. Di conseguenza, i ricercatori suggeriscono una strategia diagnostica integrata, che combini: l’analisi della luminescenza a differenti lunghezze d’onda UV, l’osservazione al microscopio delle inclusioni e delle loro modificazioni, la spettroscopia per monitorare l’intensificazione della banda di assorbimento a 580 nm.
Questa metodologia multidisciplinare rappresenta un passo avanti significativo nella possibilità di “risalire al materiale d’origine” e valutare in modo più accurato la storia termica e la provenienza gemmologica di zaffiri apparentemente identici. Per maggiori dettagli, è possibile consultare l’articolo completo a questo link: https://se.copernicus.org/articles/16/81/2025/
Per approfondimenti:
https://www.ruby-sapphire.com/index.php/about/10-articles/830-brief-history-heat
https://www.gemologyproject.com/wiki/index.php?title=Heat_Treatment
Gem News pubblicata su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 21, Autunno 2025.



















