L’acquisizione di De Beers metterà il modello di estrazione dei diamanti al bivio

Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 23 nel 2026. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.

Copertina IGR

Nel 2023 De Beers era ancora valorizzata da Anglo American per circa 4,9 miliardi di dollari; nel febbraio 2026 il valore contabile è stato sostanzialmente dimezzato, attestandosi a circa 2,3 miliardi. La produzione è passata da 31,9 milioni di carati nel 2023 a 24,7 milioni nel 2025. Non si tratta dunque di una semplice svalutazione finanziaria, ma della manifestazione di un ridimensionamento industriale con radici profonde.

Qualcosa nel sistema non funziona più se, dal 24 aprile 2024, De Beers è ufficialmente sul mercato. La prima offerta avanzata da BHP per Anglo American valutava il gruppo circa 31,1 miliardi di sterline; nelle settimane successive la proposta è stata progressivamente ritoccata fino a circa 34 miliardi. Entrambe le offerte sono state respinte. Il motivo è significativo: l’interesse strategico di BHP non era rivolto ai diamanti, bensì al rame, considerato da Anglo American la materia prima centrale del nuovo ciclo industriale e della transizione energetica globale. Il rame è un asset strategico da trattenere, i diamanti, invece, sono un comparto sacrificabile.

Il Botswana si è proposto come potenziale acquirente. Questo paese, già da tempo azionista di De Beers, è legato al gruppo da accordi recentemente rinegoziati. L’economia del Botswana dipende strutturalmente dall’estrazione diamantifera: PIL, occupazione, bilancia valutaria e tenuta sociale restano fortemente ancorati alla filiera mineraria. Per questo il governo ha manifestato apertamente interesse verso un possibile intervento diretto nell’acquisizione. Il paese potrebbe essere costretto a scegliere tra la salvaguardia immediata della stabilità economico-sociale e il rischio di un ulteriore irrigidimento della propria dipendenza da una singola risorsa in declino strutturale. La diversificazione economica, più volte annunciata, appare oggi rinviata dalla necessità di sostenere il settore diamantifero nel breve periodo.

Nonostante gli sforzi del Botswana, il mercato privato è però chiaramente in vantaggio. Infatti, nel luglio 2026 Anglo American ha selezionato un offerente con corsia preferenziale per la sua quota dell’85%: il Global Diamond Consortium (GDC), guidato dall’ex CEO di De Beers Gareth Penny e sostenuto da governi di paesi produttori di diamanti (in particolare Namibia e Angola), da un fondo sovrano del Qatar e da operatori storici del settore.

Si profila così una situazione singolare: potenziali acquirenti che sono contemporaneamente clienti storici, insider industriali e soggetti dotati di un evidente vantaggio informativo.

Anglo American ha valutato che i modelli industriali dei possibili contendenti — il Botswana e il consorzio di investitori privati — divergono radicalmente. Deve essere apparso un limite il fatto che l’obiettivo principale del Botswana sarebbe stato essenzialmente preservare l’attuale sistema estrattivo centralizzato, confidando in una futura normalizzazione del mercato e nella capacità di assorbire l’attuale eccedenza di circa 12 milioni di carati di grezzo invenduto, prevalentemente di piccole dimensioni. Non va sottovalutato che la preferenza per il consorzio di investitori privati appare più innovativa, in quanto orientata verso una trasformazione radicale del concetto stesso di valore del diamante naturale: un modello definito “boutique of unique finds”, focalizzato quasi esclusivamente sulle pietre eccezionali e di grandi dimensioni, superiori ai 10 carati.

Alla base di questa visione vi è la convinzione, sempre più diffusa nel settore, che i diamanti sintetici siano destinati a cannibalizzare definitivamente il segmento dei naturali di piccola pezzatura, che pur rappresentando circa il 99% del volume produttivo costituiscono una quota sempre meno strategica in termini di marginalità. Il valore tenderà quindi a concentrarsi sulle pietre rare, grandi e con eccellenti caratteristiche nel grading gemmologico.

E la tecnologia sta accelerando questa trasformazione. Lo sviluppo dei sistemi X-ray Transmission (XRT), della XRT Tomography e delle tecniche di analisi neutronica consente oggi un’identificazione sempre più selettiva dei diamanti di grandi dimensioni già nelle prime fasi della prospezione del minerale, aumentando le probabilità di recupero integro delle gemme ad alto valore. In questo contesto, l’obiettivo storico di massimizzare il volume complessivo in carati attraverso la lavorazione di enormi quantità di minerale rischia di perdere progressivamente significato economico. Se il 99% della produzione è costituito da pietre piccole con basso valore aggiunto, la sostenibilità stessa dell’attuale modello estrattivo dovrà inevitabilmente essere ripensata.


Gem news pubblicata su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 23, Autunno 2026.

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Contenuto realizzato dal team editoriale di IGR (Rivista Italiana di Gemmologia/Italian Gemological Review), network informativo per Gemmologi e per professionisti quotidianamente impegnati nel settore delle pietre preziose.

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