Dopo i diamanti sintetici quelli naturali. La rivoluzione Swarovski sta nel brand che li promuove entrambi

Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 7 nel 2019. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.

Copertina IGR

Ricapitoliamo. Tre anni fa Swarovski, il colosso della bijoutteria, annuncia il proprio ingresso nel mondo dei diamanti sintetici. E questo lo si poteva mettere in conto vista l’ottima reputazione acquisita nel taglio industriale di pietre sintetiche ma anche, in misura ridotta, di pietre naturali. Ma ora Nadja Swarovski durante l’ultima edizione del JCK di Las Vegas rende pubblico, in un panel sulla sostenibilità, che entrerà nel 2020 nel mercato del diamante naturale. Ovviamente si servirà di fonti sostenibili controllando in Austria, con poche eccezioni, i processi della manifattura, dal grezzo alla politura.

La carta della responsabilità e dell’ecosostenibilità era stata già giocata da Swarovski nel 2016 con i suoi primi diamanti sintetici. All’epoca, la prima linea di lab-grown chiamata “Diama” presentò i sintetici come diamanti “socialmente consapevoli e conflict-free”, una mossa per assicurarsi un vantaggio competitivo sui naturali. Oggi Swarovski mostra i propri diamanti sintetici nel suo sito col nome “Created Diamonds” e sposta l’accento sulla democratizzazione del lusso, in poche parole: ad ogni donna i suoi diamanti. È dello scorso mese, inoltre, l’ultimo lancio di una collezione di “gioielleria sostenibile” che ha visto come testimonial Penélope Cruz, star del cinema ed attivista umanitaria.

Molti osservatori si chiedono come mai un’azienda come Swarovski decida di sterzare dal diamante sintetico al naturale dopo che da oltre un secolo il core business del gruppo austriaco è stato il campo delle imitazioni: “cristalli” in vetro e piombo di ottima fattura con una formula ancora oggi custodita gelosamente. Il fatturato globale è in crescita costante ma dei 3,36 miliardi di euro complessivi il settore dei “cristalli” ancora incide per il 77%. Probabilmente si tratta di una diversificazione preventiva, tesa a prevenire la perdita di quote del suo pezzo forte da parte di nuovi concorrenti asiatici. E per questo scenario i diamanti sintetici possono non bastare dopo il lancio di Lightbox di De Beers ed il conseguente crollo dei prezzi del melee prodotto col metodo HPHT.

(Foto: Fortune)

Durante il Fortune Most Powerful Women International Summit tenutosi a Londra il 4 giugno 2019, Nadja Swarovski ha rimarcato la strategia della compagnia austriaca che sostanzialmente punta sulla potenza del richiamo del proprio brand che si ritiene possa funzionare tanto per i diamanti sintetici che per i naturali: “Siamo dalla parte di tutto ciò che luccica. Nel momento in cui sarai in grado di estrarre i tuoi diamanti in modo sostenibile, saremo tuoi clienti”. In pratica è quasi come dire: il diamante di laboratorio è accessibile a tutti, quelli naturali sono ecosostenibili ed entrambi sono firmati e responsabili.


Gem News pubblicata su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 7, Estate 2019

spot_img
spot_img
IGR Team
IGR Teamhttps://www.rivistaitalianadigemmologia.com
Contenuto realizzato dal team editoriale di IGR (Rivista Italiana di Gemmologia/Italian Gemological Review), network informativo per Gemmologi e per professionisti quotidianamente impegnati nel settore delle pietre preziose.

Articoli correlati

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

NEWS

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Dal Magazine