Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 16 nel 2023. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.
Nell’individuare il tipo “sangue di piccione” i principali istituti gemmologici internazionali possono avere criteri discrepanti. Ciò si spiega col semplice fatto che questa caratteristica qualitativa in sé è solo un nome. Si tratta infatti di una qualificazione storica basata sulla suggestione letteraria di un termine che da decenni seduce il consumatore perché evoca un livello di eccellenza. Per lunghi decenni i gemmologi sono stati riluttanti ad utilizzare il termine. Un report SSEF ancora nel 2013 precisava che “sangue di piccione” è un termine poetico e veniva inserito nelle note piuttosto che nel corpo dei dati.
Un rubino “sangue di piccione” può avere svariate provenienze geografiche? Sì, anche se il termine venne coniato all’origine solo per i rubini con forte fluorescenza dovuta all’alto contenuto di cromo provenienti dalla Birmania. Più recentemente, però, il termine si applica estensivamente a quei rubini che presentino le caratteristiche cromatiche e spettrali richieste dai laboratori (che per l’attribuzione possono avere criteri diversi) indipendentemente dalle miniere di reperimento. Si possono trovare rubini sangue di piccione in Tagikistan, Afghanistan, Madagascar, Mozambico e Vietnam. In quest’ultimo paese il belt di marmo mineralizzato in cui si trovano i rubini presenta condizioni geologiche identiche a quelle riscontrabili dove si estraggono i rubini nell’area di Mogok in Birmania (Myanmar).

Jeffery Bergman, SSEF SGC, riferisce di un grezzo originariamente di 10,87 carati proveniente dalla miniera di Billion Hill nella provincia di Nghe An, a poche centinaia di chilometri a sud-ovest di Hanoi, che dopo il taglio ha dato origine a un eccezionale rubino sangue di piccione non riscaldato di 6,91 carati, denominato “Tesoro rosso” del Vietnam. Il commerciante di rubini di Mogok, Miemie Tin Htut, della Silken East Co. Ltd. di Bangkok, ha osservato che questo rubino vietnamita di 6,91 carati, presentato a Gübelin per la certificazione, «ricorda molto i colori vividi e altamente fluorescenti del rosso sangue di piccione prodotto dalla rinomata miniera di Baw Lone Gyi a Mogok, in Birmania». Non sorprende che anche i laboratori di gemme più rispettati a livello internazionale – riferisce Bergman – possano occasionalmente identificare erroneamente i rubini vietnamiti come provenienti dalla Birmania, considerando la loro somiglianza genetica.
Questa parentela geologica non si riflette, però, nelle quotazioni commerciali. «Gli eccezionali rubini naturali denominati “sangue di piccione”», nota Jeffery Bergman, che a riconosciute competenze gemmologiche affianca un vasta esperienza commerciale con la sua 8th Dimension Gems, «raggiungono i prezzi più alti di qualsiasi altra gemma di colore, a parte i diamanti naturali di colore vivido. Un rubino birmano di 6,04 carati ha stabilito un nuovo record mondiale d’asta nel 2012, aggiudicandosi 551.000 dollari per carato. Solo tre anni dopo questo record è stato battuto quando un rubino birmano di 15,04 carati è stato venduto per la straordinaria cifra di 1,22 milioni di dollari per carato. Nonostante la loro crescente popolarità ed il fatto che siano d’analoga qualità, i rubini vietnamiti restano, relativamente, un affare: i prezzi all’ingrosso sono di gran lunga inferiori alle controparti birmane».
Gem News pubblicata su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 16, Estate 2023



















