Ora che Gübelin può mettere un nome agli smeraldi... come assegnargli anche un cognome etico?

La Proof of Provenance di Gübelin, nuovi ID per le gemme?

Gübelin ha recentemente presentato un sistema, denominato Proof of Provenance basato su nuovi materiali riempienti in grado di contenere dati e fornire un’identità differenziata e certa agli smeraldi grezzi e tagliati. È il risultato di un itinerario di ricerca avviata per sostenere quelle pratiche di tracciabilità ormai ritenute ineludibili nella costituzione della Custody Chain, la procedura ideata per ripercorrere a ritroso e convalidare i passaggi regolati della catena di fornitura delle gemme, risalendo alle aree estrattive. La tecnica individuata sfrutta le più sottili fessurazioni affioranti per depositare permanentemente all’interno delle pietre di colore sostanze idonee a “timbrare” i prodotti e garantirne la riconoscibilità. Si ottiene di fatto una carta di identità (univoca, come un codice fiscale) per i materiali gemmologici che si vogliono tracciare. E questa funzione va espletata con sistemi che non si dimostrino invasivi o che, nell’intento di catalogazione, finiscano per modificare le caratteristiche native delle gemme.

Proof of Provenance. Il test di paternità degli smeraldi di Gübelin è stato già verificato sugli smeraldi da una grande impresa estrattrice, Gemfields. (Foto: www.provenanceproof.com)

Il complesso ed innovativo lavoro di Gübelin è una pietra miliare perché può essere considerato un punto fermo, in gemmologia, della ricerca di un indicatore fisico di dati. Per ottenere la riconoscibilità sono già a disposizione ad esempio le iscrizioni laser sulle cinture, ma l’industria dei diamanti mostra che l’utilizzo resta essenzialmente per uso commerciale, troppo costoso e tecnicamente inapplicabile dunque a lotti di piccole dimensioni. Pertanto la nuova disponibilità di questa tecnica basata su nanoparticelle è un punto d’arrivo ma al contempo anche un punto di partenza. Ora che ce l’abbiamo, che dobbiamo fare? Per rispondere occorre ora contestualizzare la Proof of Provenance nel framework degli studi di gestioni sostenibili e responsabili delle materie prime preziose. La vera questione non si incentrerà più infatti, a quanto pare, su come escogitare la tracciabilità marcando fisicamente i materiali. Ora si tratta di trovare risposte su come amministrare in chiave di CSR le interessanti ed inedite possibilità applicative che si dispiegano una volta che si potrà dare un nome ed un cognome ai materiali grezzi o tagliati che siano. In effetti la stessa presentazione da parte di Gübelin sul proprio sito illustra compiutamente le caratteristiche squisitamente tecnologiche delle nanoparticelle ma rimanda ad un Codice di Condotta ancora non reso pubblico. Il testimone passa a quanti, con altre competenze, potranno far tesoro delle potenzialità offerte alla costruzione di percorsi tracciati. Il prestigioso istituto svizzero si rivolge dunque a tutti quei soggetti che potranno beneficiare del nuovo strumento di tracciamento, cioè alle aziende e alle comunità del variegato mondo dell’estrazione, alle associazioni di categoria e in definitiva a tutte le parti che possono avere interesse ad associare alle pietre preziose un dossier di informazioni aggiuntive su origine e percorso. Dunque spetta agli analisti di CSR il compito di valicare questo confine prima precluso ed apprestarsi a valutare le condizioni, le modalità, i contesti delle possibili applicazioni, facendo tesoro delle condizioni attuali e delle esperienze pregresse nello spinoso territorio della legittimazione etica.

Nanoparticelle di silice di circa 100 nanometri di diametro (0,0001 mm) alloggiano molecole personalizzate che trasportano debitamente informazioni. (Foto: www.gubelin.com)

Qualcosa di Responsabilità Sociale che i gemmologi dovrebbero sapere

La CSR (Corporate Social Responsibility, in italiano RSI) è secondo l’Unione Europea (a voler prendere una definizione tra le tante), l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate. Più concretamente è un ambito assai vasto ed eterogeneo al quale gli esperti di economia aziendale danno ormai da decenni un enorme valore strategico poiché le performance delle imprese sono e saranno sempre più influenzate dalla soddisfazione delle parti in causa (dipendenti, fornitori di materie prime e di servizi, consumatori e tanti altri). In linee assai generali la CSR individua nuovi e più estesi gruppi decisivi, gli stakeholders (parti interessate) lì dove prima le autorità cui si doveva rendicontare non erano che gli shareholders (azionisti). Di conseguenza alla domanda tradizionale, da parte del mercato, di semplici beni e servizi, in ottica CSR si affianca una nuova urgenza reclamata dall’intera società: la richiesta alle imprese di credenziali etiche (sostenibilità ambientale, protezione delle comunità e dei diritti dei lavoratori, affrancamento da abusi e da implicazioni o finanziamenti di conflitti et cetera). Benché le grandi organizzazioni internazionali abbiano sollecitato con linee guida la diffusione di pratiche di condotte articolate in ambito CSR, resta il fatto che i protagonisti della scena imprenditoriale adottano concretamente interventi specifici solo su base volontaria. Garantire diritti, a Londra o New York, ai dipendenti che sono al piano di sotto della Direzione può essere facile come è facile chiedere loro di smaltire ecologicamente le cartucce delle stampanti o pubblicare qualche pagina sulle prestazioni filantropiche del proprio gruppo. Il difficile è garantire il processo che veicola, in tanti stadi, i numerosi passaggi delle materie prime estratte in terre remote o trasformate in capannoni di sobborghi inaccessibili di lontani continenti. Un gioiello non è diverso da una tazza di tè: un consumatore ci chiederà se hai frustato schiavi o pagato salari per ottenere le pietre e le foglie che ti servivano. Un efficace sintesi per valutare nel complesso il comportamento delle aziende, soprattutto a riguardo della supply chain, può essere un rapporto UNCTAD del 2012. Da esso si desumono interessanti conclusioni: la CSR non è ancora materia per piccole e medie aziende, le quali non hanno i mezzi per curarsene; la CSR, perseguita principalmente da grandi imprese, si incentra su codici di condotta che ciascuna impresa scrive per sé stessa, quindi non standardizzati; l’audit, una verifica ispettiva condotta da terze parti indipendenti è l’unico strumento per garantire che il comportamento dei fornitori più remoti sia adeguato a standard etici.

Nanoparticelle contenenti il DNA potrebbero immagazzinare dati utili al tracciamento quali l’area estrattiva, la partita del grezzo, l’identità delle imprese coinvolte. (Foto: www.gubelin.com)

Dopo il tuffo nel Mar Etico smeraldi e cacao non sono poi così diversi

Tutte le aziende del mondo che fanno utili materiali con la logistica sicura di porti ben riparati devono abituarsi a fare utili immateriali navigando negli ancora inesplorati oceani della Responsabilità Sociale, considerata ancora spesso più come adempimento passivo che come opportunità. In definitiva in molti casi è la società civile a vincere la riluttanza dei player. L’opinione pubblica lancia gli allarmi che determinano ed aggiornano l’agenda degli adempimenti etici richiesti alle imprese che si rivolgono al largo consumo e che queste, a loro volta, esigeranno lungo la propria Supply Chain. Gli operatori del lusso ancora ignari dell’impatto dell’opinione pubblica sui propri prodotti dovrebbero ristudiarsi fenomeni quali il declino della pellicceria sotto i colpi delle organizzazioni animaliste o l’accostamento (che rischiò d’essere mortale) dei diamanti ai conflitti armati. Ecco perché non sarebbe affatto giudizioso rimandare una valutazione della nuova questione etica posta dalle modalità di utilizzo di questi sistemi di tracciamento delle gemme. Come si utilizzeranno le nanoparticelle di Gübelin?

Dopo diversi test di durata, si è riscontrato che in condizioni normali di utilizzo, taglio, trattamenti (ad esempio riempimento di fratture), manifattura di gioielleria e procedimenti di pulizia (ad esempio al vapore o ad ultrasuoni), un numero rilevante di particelle permangono all’interno della pietra. (Foto: www.gubelin.com)

Per tentare una risposta mettiamo le gemme in relazione con altri beni. Per alcuni aspetti le procedure di attivazione delle Custody Chain saranno di applicabilità generale. Ad esempio caffè, cacao, cotone e zucchero hanno lunghe filiere e passaggi tra gli operatori simili a quelli delle gemme ed un lato fondamentale in comune: la loro materia prima è dispersa in molte località di svariati continenti e si ottiene col concorso di piccole o piccolissime imprese. L’autenticazione etica è esclusivo interesse delle aziende che sono più vicine all’immissione dei beni verso lo sbocco del consumo, cioè quelle di dimensioni maggiori e più strutturate, quelle in cima alla filiera. I piccoli produttori di caffè, per fare un esempio, possono aderire a Codici di Condotta responsabile solo per l’impulso che viene loro trasmesso dai grandi gruppi multinazionali. Le aziende acquirenti di caffè o cacao e smeraldi, finora stanno adottando lo stesso standard di condotta verso le proprie Supply Chain utilizzando uno strumento denominato MSI (Multi-Stakeholder Initiatives). Gruppi costituiti da imprese, sindacati e ONG concordano un Codice di Condotta, spesso non condiviso e neanche esteso a tutta l’industria. Il Codice presuppone un programma di monitoraggio e di certificazione che dimostri che le materie prime (o le prime fasi di manifattura) siano ottenute soddisfacendo gli standard prefissati in materia di sostenibilità ambientale e di tutela del lavoro. Tale contesto di fatto obbliga i piccoli a conferire il proprio prodotto ad intermediari capaci di rispondere a questa ethical compliance necessaria ai grandi. E quando non ci riescono dovranno impegnarsi a colmare le proprie deficienze attraverso i CAP (Corrective Action Plans).

Le ASM, le piccole imprese minerarie che totalizzano l’80% della produzione di gemme grezze, da sole pertanto non possono disporre di mezzi tanto raffinati per partecipare al processo di costruzione del valore etico, se non in una posizione subalterna.

Temperature molto elevate, tuttavia, possono distruggere la silice e/o il DNA contenuto. Tali condizioni, non sono proprie dei trattamenti abituali cui possono essere sottoposti gli smeraldi (a differenza di pietre come zaffiri o rubini, soggette abitualmente a trattamenti termici). (Foto: www.gubelin.com)

Garantire la catena di fornitura? Non è un lavoro per minatori artigiani

Le ASM, in sostanza i gruppi di cercatori che si stanziano in aree estrattive promettenti o i minatori dei villaggi prossimi alle materie prime (spesso depositi alluvionali più facilmente sfruttabili senza grossi mezzi) sono dunque in larga parte fuorigioco e una grande quantità di pietre oggi sfugge allo screening etico, anche se magari posseggono requisiti soddisfacenti. Questi materiali al momento affluiscono sul mercato senza credenziali e saranno in posizione di debolezza competitiva allorché le pietre che potranno vantarne i requisiti attiveranno visibilmente il proprio valore etico grazie alle possibilità di documentazione offerte dal sistema messo a punto da Gübelin. Del resto si può far tesoro degli insegnamenti precedenti che ci vengono dai diamanti, comparto che può considerarsi apripista in materia di “applicazioni preziose” di CSR. Qui appare enorme il gap di performance di compliance etica tra aziende molto grandi e medie o piccole. A ciò si è tentato di porre rimedio con l’istituzione nel 2005 del DDI (Diamond Development Initiative), un organismo sollecitato dalle Nazioni Unite insieme a governi ed agenzie internazionali, ONG ed Associazioni di categoria. Infatti il nuovo scenario di Kimberley, lo schema di legittimazione dei diamanti grezzi esenti da coinvolgimenti in conflitti avviato nel 2002, se da un lato ha fornito la patente etica necessaria a diradare le nubi dei sospetti della società civile, ha dall’altro, rese obbligatorie procedure amministrative e legali complesse, proteggendo al meglio solo i player dell’estrazione industriale. Intere realtà diamantifere come Sierra Leone, Liberia, RDC, Repubblica Centafricana sono a lungo rimaste al di fuori dei percorsi di Responsabilità. I fatti dimostrano che per quanto riguarda le pietre di colore abbiamo il rischio di trovarci di fronte ad un meccanismo di esclusione.

(Foto: www.gubelin.com)

Il codice d’uso delle nanoparticelle per il riconoscimento non sostituirà i Codici di Condotta delle aziende verso i propri stakeholder

Adesso proviamo a riprendere le fila delle riflessioni specifiche sulla catena di fornitura delle pietre di colore. I diamanti grezzi nello schema Kimberley vengono riconosciuti per lotti con procedure amministrative costose che prevedono più passaggi testimoniati da terze parti. Questo meccanismo è già stato mutuato dalle poche imprese estrattive di smeraldi e rubini di dimensioni così grandi da potersi permettere il vero motore Etico, il Codice di Condotta. E questo può già funzionare anche senza infiltrare i materiali gemmologici grezzi con nanoparticelle identificative. Ottenere invece dati necessari al riconoscimento di miniere secondarie, compagnie estrattive minori, data di rinvenimento, partita, lotto et cetera può essere un’arma vincente per spingere il comparto delle pietre di colore a dotarsi di punti di raccolta presidiati da terze parti e di una fase di screening preliminare dei materiali grezzi raccolti da piccole imprese artigiane, riducendo la promiscuità dei lotti. Ciò contrasterebbe l’emorragia delle risorse dalle aree di reperimento causato dal contrabbando, aiuterebbe le comunità ed i governi e offrirebbe uno schema simile a quello di Kimberley per quelle gemme di colore reperite in modo frammentario e polverizzato. Ma possedere la patente d’uso del dispositivo di Gübelin, ove questo fosse reso a tutti accessibile, non spalancherà ipso facto le porte di una sorta d’Eldorado Etico a quel 80% di operatori sottodimensionati ed impreparati a qualunque procedura. Questi infatti, a prescindere dall’uso del dispositivo di tracciamento che non è altro che una raccolta di dati, dovrebbero comunque elaborare un proprio Codice di Condotta, sostenere i costi degli Audit e di tutti gli adempimenti richiesti per garantire la liceità e la responsabilità del loro operato. Anche se il dispositivo di tracciamento avesse un costo sostenibile resta il fatto che questo sarebbe solo uno strumento di registrazione di buone pratiche messe effettivamente in campo e convalidate da quella vastissima serie di procedure esaminate in precedenza e che restano inaccessibili, senza che si elabori un programma di supporto, alla gran parte delle piccole realtà estrattive.

(Foto: www.gubelin.com)

Perché proprio quella gemma specifica e perché non quel cotone specifico, quel teak, quel caffè? L’ID Etico produrrà valore aggiunto

Per concludere riprendiamo il parallelo tra gemme e caffè, cacao, zucchero e cotone. Queste ultime sono tutte commodities, beni fungibili indifferenziati: lo zucchero è qualitativamente e quantitativamente identico in tutti i porti di sbarco ed in tutti i bar e nessuno penserebbe a marcare quella specifica bustina o quel particolare filato di cotone. La legittimazione etica di questi beni la si trova quando la si cerca nella documentazione della Catena di Custodia. Invece diamanti e gemme, ciascuna con le proprie particolarità, spesso già entrano nel mercato accompagnati da dichiarazioni qualitative, report o certificati. Le pietre di colore riflettono la meravigliosa, sterminata ricchezza ed estensione tipologica della mineralogia con caratteristiche diversificate che il mercato esalta o penalizza. Gübelin, uno dei pilastri di questo tipo di accertamento di qualità intrinseche, con la sua nuova prova di provenienza in pratica introduce un significante aggiuntivo che di fatto risiederà nelle informazioni immesse dal DNA delle nanoparticelle infiltrate. Mentre i diamanti manterranno di fatto una significazione etica dello stesso livello del cacao, cioè convalidata essenzialmente da una catena di assessment verificati da testimoni, le pietre di colore potranno giungere nelle vetrine delle gioiellerie recando al proprio interno un messaggio supplementare. Alle qualità intrinseche questo nuovo messaggio aggiungerà informazioni relative a valori estrinsechi (perché no, stampabile come certificato) a garanzia di estrazione, manifattura e trasporto responsabili. La disponibilità univoca, pietra per pietra, di attributi etici attraverso il corredo di dati stampabili creerà le condizioni per la nascita di un Certificato Etico che, come quello gemmologico, non lascerà indifferente il mercato delle pietre tagliate. Di fatto si assegnerà un valore aggiunto amplificato dalla possibilità di estendere l’uso del dato delle provenienze geografiche dal piano responsabile a quello qualitativo. Infatti i gemmologi sanno bene quanto giovi all’apprezzamento l’indicazione di aree minerarie diventate sinonimo di rarità e bellezza.

In conclusione, nello stesso tempo in cui immergiamo le nanoparticelle di Gübelin negli smeraldi del mercato stiamo già calando la tecnica della prova di provenienza nel grande alveo degli studi di CSR. E oggi questi evidenziano il pericolo che i grandi gruppi innalzino l’asticella della compliance etica allo scopo di instaurare procedure complesse per perpetuare privilegi e condizioni di superiorità. Il pericolo consiste proprio che si generi un mercato per poche e selezionate gemme, con tanto di ID, che recheranno in esclusiva il nuovo brand “conflict free” o “responsibly sourced”.

(Foto: www.gubelin.com)

Approfondimenti

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A cura di  Paolo Minieri, pubblicato su Rivista Italiana di Gemmologia n. 1, Maggio 2017.

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