Il numero 56 di InColor Magazine, la rivista trimestrale dell’International Colored Gemstone Association (ICA), propone approfondimenti che intrecciano ricerca di laboratorio, lettura delle filiere globali e riscoperta storico-commerciale di gemme oggi centrali nel mercato.
Il numero si apre con “Determination of Emerald Origin Through the Identification of Solid Inclusions” di T. Rozet, V. Fejoz, A. Arsac, M.P.H. Curti e W. Oei, un lavoro che affronta una delle questioni più complesse per i laboratori moderni: la determinazione dell’origine geografica degli smeraldi. Lo studio, condotto presso il Bellerophon Gemlab di Bangkok, si basa su un dataset imponente di 1.628 campioni (da 0,17 a 43,61 ct) analizzati tramite microscopia digitale ad alta risoluzione (fino a 2500x), spettroscopia Raman e UV-Vis-NIR.
Un cardine interpretativo è il ruolo del ferro letto attraverso la banda di assorbimento a 825nm, che consente di separare gli smeraldi in due macro-tipologie: low iron type, che include depositi come Colombia (Muzo, Chivor), Zambia (Musakashi) e Afghanistan (Panjshir), e high iron type, più esteso e rappresentato da provenienze quali Brasile, Etiopia, Russia, Pakistan e l’area di Kafubu in Zambia. Questo inquadramento spettrale diventa una “mappa” utile per interpretare correttamente i marker inclusionali, evitando di attribuire significato geografico a indicatori che, da soli, potrebbero risultare ambigui.
La parte più innovativa è la sistematizzazione delle inclusioni solide: gli autori catalogano 114 specie minerali secondo la classificazione di Strunz, con i silicati come classe più numerosa (51 specie). Emergono così indicatori di provenienza ad alta specificità, inclusi 34 minerali esclusivi di un singolo deposito. Il lavoro evidenzia anche un aspetto cruciale per la pratica di laboratorio: minerali comuni come quarzo, calcite e apatite non “fanno origine”, ma risultano preziosi per la diagnosi naturale vs sintetico, perché non sono mai stati identificati negli smeraldi sintetici.

Segue l’aggiornamento di A. Lucas, R. Liu e P. Gao “Fei Cui Global Supply Chain Research – Update” del team di Guild Field Gemology, che porta il lettore nel cuore del mercato della giadeite (Fei Cui), un comparto che in Cina supera per volumi diamanti e perle. Il report descrive una trasformazione post-pandemica definita rivoluzionaria: il mercato di Mandalay, in Myanmar, è oggi dominato da livestreamer cinesi che trasmettono trattative e vendite in diretta tramite smartphone. L’acquisto diventa istantaneo e fortemente mediato dall’immagine: decisioni su materiale grezzo vengono prese “quasi al buio”, affidandosi a riprese video, torce e impressioni in tempo reale. Il commercio tradizionale non scompare, ma viene chiaramente superato per scala, velocità e pressione competitiva dal nuovo ecosistema digitale.
L’articolo “Rediscovering Spinel: A Legacy Reborn”, di R. Jain, racconta lo spinello come caso emblematico di rivalutazione: da gemma storicamente confusa con il rubino a protagonista di un rinascimento contemporaneo. Il testo ripercorre l’equivoco secolare — esemplificato dal celebre “Black Prince’s Ruby”, in realtà spinello rosso non trattato nella Corona Imperiale Britannica — e ricorda come solo nel XVIII secolo la cristallografia abbia permesso la distinzione netta grazie alla diversa struttura atomica. Oggi la sua forza commerciale deriva da qualità perfettamente allineate alla domanda moderna: autenticità (lo spinello è quasi sempre non trattato) e durabilità, con durezza 8 nella scala di Mohs, quindi adatta a un uso quotidiano senza compromessi.
Gli argomenti trattati in questo numero confermano che la gemmologia contemporanea è un sistema integrato: il laboratorio aumenta la precisione (e la difendibilità) delle determinazioni, mentre il mercato cambia forma sotto la spinta del digitale, ridefinendo velocità, percezione del valore e geografie dell’offerta. È possibile sfogliare InColor nr. 56 (Winter 2026) sul sito ufficiale.



















