Il nuovo Set ibrido rivoluziona la classificazione dei diamanti, ponendo fine alla storica difficoltà di reperire Master

Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 21 nel 2025. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.

Copertina IGR

Classificare il colore dei diamanti richiede uno strumento essenziale: il Master Set. Ma da anni chi gestisce un laboratorio sa che reperirne uno è diventato quasi impossibile. Per risolvere il problema, AGA, GCAL by Sarine e Stuller hanno collaborato alla creazione di un Hybrid Master Set costituito da diamanti naturali e sintetici. Un progetto innovativo, guidato da Alberto Scarani, che combina tecnologia AI, rigore gemmologico e accessibilità, offrendo una soluzione concreta a una sfida rimasta irrisolta per oltre vent’anni. Qui segue l’avvincente storia di come s’è arrivati a mettere a punto questo strumento essenziale.

Diamanti selezionati per il Master Set
Figura 1 – Diamanti selezionati per il Master Set. (Foto: GCAL by Sarine)

Tutti si ponevano la stessa domanda: come si fa a trovare un Master Set?

Ormai non sono forse più una novità i comunicati stampa dell’AGA (Accredited Gemologists Association) e di GCAL by Sarine, nei quali si informa che è nato il nuovo Hybrid Master Set, un astuccio master per il confronto del colore dei diamanti. Questo nuovo master, presto disponibile da Stuller, è stato messo a punto usando sia diamanti sintetici che naturali.

Inoltre Alberto Scarani ha tenuto varie presentazioni sull’introduzione di questo strumento, di cui l’ultima, molto esaustiva, a Napoli il 16 giugno 2025.

Come tutti sanno, la classificazione del colore dei diamanti incolori o quasi incolori richiede un set di riferimento di diamanti classificati secondo la scala GIA, noto come Color Grading Master Set. Ogni pietra del master rappresenta la posizione più alta all’interno della propria categoria. Per esempio, una pietra del master di colore E è il massimo grado E possibile, cioè la più vicina al D e la più lontana dall’F.

Quando si confronta un diamante con la pietra master E:

  • Se il tuo diamante mostra meno colore, viene classificato come D.
  • Se mostra più colore rispetto alla pietra E, si passa al confronto con la pietra master F, e così via.

Dove si può reperire un Master Set?

Ottima domanda! Negli ultimi 20 anni, è stato praticamente impossibile ottenere un Master Set!

Ed è proprio qui che inizia la nostra storia… con la Canadian Jewellers Association (CJA) che due anni fa circa ha organizzato una tavola rotonda virtuale online con rappresentanti dell’AGA, del GIA (Gemological Institute of America), della CGA (Canadian Gemmological Association), dell’ASA (American Society of Appraisers) e dell’AGS (American Gem Society). Tutti si ponevano la stessa domanda: «Dove possiamo trovare un Master Set?».

Dopo due anni di duro — e molto frustrante — lavoro, ecco la storia di come, contro ogni aspettativa, l’Hybrid Master Set è diventato realtà! Come si vedrà, è stata necessaria una grande cooperazione, oltre ad alcune soluzioni molto intelligenti.

Se si comprano e si e vendono diamanti, si conosceranno bene i quattro fattori fondamentali di valutazione di un diamante, e cioè le 4 C: Colore, Purezza (Clarity), Taglio (Cut), e Carati (Carat Weight).

Per questa storia, ci concentreremo sul Colore, in particolare sulla sua classificazione, per la quale si avrà bisogno di un set di riferimento composto da diamanti classificati dal GIA, cioè un Color Grading Master Set.

Una breve storia. Le basi della scala di classificazione del colore del GIA

Il Gemological Institute of America (GIA) è l’istituto che ha creato il sistema di classificazione dei diamanti accettato a livello internazionale, il quale comprende la scala del colore: da incolore a giallo chiaro, a partire dalla lettera D (completamente incolore) e proseguendo lungo l’alfabeto. D, E, F sono considerati incolori; G, H, I e J sono quasi incolori; K, L e M presentano un giallo tenue, e così via; ogni lettera rappresenta una progressiva intensificazione del colore giallo fino alla Z.

Per stabilire il colore di un diamante ci si può affidare a un laboratorio specializzato nel grading oppure eseguire un confronto diretto con un Master Set nelle fasi di acquisto, vendita o perizie gemmologiche.

Poiché ogni grado di colore rappresenta un intervallo, da alto a basso, solo i diamanti con il colore più alto in un determinato grado posseggono i requisiti per far parte del master. Questi fondamentalmente sono (in ordine casuale):

  • assenza di imperfezioni/inclusioni che interferiscano con la visione del colore del corpo del diamante;
  • proporzioni corrette, con un’altezza della corona e uno spessore della cintura adeguati;
  • uniformità del colore;
  • fluorescenza nulla o molto debole;
  • dimensioni omogenee, ecc.

Il problema della difficile reperibilità dei Master Set: crearseli da soli non è facile

A meno che non si possegga già un Master Set, il grande problema — per tutti gli operatori che lavorano con i diamanti, i gioiellieri e i periti — è proprio quello di procurarsene uno. I set certificati GIA sono rari: si potrebbe senz’altro dire che siano quasi impossibili da trovare.

Negli anni ’60, ’70 e ’80, il Gem Trade Lab del GIA disponeva di diamanti forniti da tagliatori americani come C.A. Kiger, J.C. Keppie e Lazare Kaplan, tutti tagliati con “proporzioni ideali”, in dimensioni da un quarto o un terzo di carato, per creare Master Set destinati ai rivenditori. Oggi, non più.

Al giorno d’oggi, a meno che non si sia produttori di diamanti con accesso ad un considerevole magazzino, crearsi un Master Set per la classificazione del colore non è una cosa realistica:

  • sono costosi (solo i diamanti possono costare migliaia di dollari);
  • reperire il set di diamanti adatto può richiedere mesi;

… e

  • trovare un produttore di diamanti che abbia lo stock necessario e sia disposto a dedicare tempo per collaborare con il GIA al fine creare un set, è altamente improbabile.
Il “celebre” set di paragone realizzato in zirconia cubica in Germania. Generazioni di gemmologi si sono formati e ancora lavorano con questo strumento
Figura 2 – Il “celebre” set di paragone realizzato in zirconia cubica in Germania. Generazioni di gemmologi si sono formati e ancora lavorano con questo strumento. (Foto: Gem-Tech Istituto Gemmologico)
Il “celebre” set di paragone realizzato in zirconia cubica in Germania. Generazioni di gemmologi si sono formati e ancora lavorano con questo strumento.
Figura 3 – Il “celebre” set di paragone realizzato in zirconia cubica in Germania. Generazioni di gemmologi si sono formati e ancora lavorano con questo strumento. (Foto: Gem-Tech Istituto Gemmologico)

I vecchi Set rivenduti? I set composti da Cubic Zirconia? Non sono una soluzione

Quando, ad esempio, un gioielliere chiude l’attività, può capitare a volte che venga messo in vendita un Master Set classificato dal GIA. Ma non c’è alcuna garanzia che i diamanti siano quelli originali del set: una o più pietre potrebbero essere state scambiate o vendute nel tempo. E anche se i diamanti fossero quelli originali, potrebbero non soddisfare più gli standard attuali per essere considerati pietre master. Che fare, quindi?

Chiunque operi nel settore dei diamanti dovrebbe disporre di un Master Set. Anche se si usi un dispositivo elettronico per la classificazione e che magari si lavori solo con diamanti già classificati in laboratorio, è comunque importante confrontare il diamante con un Master Set in modo che si possa valutare il colore con i propri occhi.

Quando non si trova — o non ci si possa permettere — un Master Set in diamanti, una soluzione potrebbe essere quella di ricorrere a Master Set composti da una ben nota imitazione del diamante, disponibile sul mercato: i Cubic Zirconia (CZ). Per la maggior parte però (sì, ci sono eccezioni), presentano alcune difficoltà:

  • Non sono classificati dal GIA;
  • Alcuni, a quanto pare, cambiano colore col tempo;
  • Alcuni tendono ad avere una leggera tonalità brunastra;
  • La loro brillantezza e trasparenza sono diverse da quelle del diamante.

Ossia, detto in parole povere, non sono diamanti. Detto ciò, con un po’ di pratica (abituandosi alle ovvie differenze tra CZ e diamante), possono comunque risultare utili. E, cosa più importante, sono disponibili e molto accessibili economicamente anche se la qualità del materiale reperibile al giorno d’oggi è decisamente peggiorata rispetto a pochi anni fa.

Questa situazione non piaceva all’AGA (Accredited Gemologists Association). Il ruolo di Alberto Scarani

L’AGA è un’associazione che ha diversi livelli di membership e di riconoscimenti speciali per i suoi associati, uno dei quali è la designazione AGA Certified Gemological Laboratory (CGL). Uno dei requisiti per diventare un laboratorio gemmologico certificato AGA — in particolare uno che valuta i diamanti — è quello di possedere un Master Set per la classificazione del colore dei diamanti. Ma, vista l’impossibilità di acquisirne uno, i membri che cercano di certificare il proprio laboratorio non possono fare nulla se non accettare la dura realtà. E sono anni che l’AGA non è non contenta di questa situazione.

Ed è qui che inizia la nostra storia!

A guidare la sfida raccolta dal Consiglio di Amministrazione di AGA è Alberto Scarani, vincitore del Bonanno Award nel 2019, riconosciuto per il suo lavoro nella spettroscopia computerizzata e co-proprietario di MagiLabs, impresa che progetta e produce unità di spettroscopia ad alta tecnologia per l’identificazione delle gemme.

Ecco come Scarani ricorda la fase iniziale della ricerca dei Master Set.

«All’inizio, quasi due anni fa, il coordinatore della Canadian Jewellers Association (CJA) organizzò una tavola rotonda virtuale online per discutere dell’impossibilità di acquisire un Master Set e per studiare una soluzione al problema. Oltre ai rappresentanti dell’AGA, alle riunioni furono invitati quelli del GIA, della CGA (Canadian Gemmological Association), dell’ASA (American Society of Appraisers) e dell’AGS (American Gem Society). Nonostante ci si sforzasse tutti all’inizio per collaborare alla ricerca di una soluzione, dopo un paio di riunioni, anche in gruppi più ristretti, sembrava impossibile trovare una fonte per tutti i diamanti necessari alla realizzazione dei Master Set». Scarani e gli altri non riuscivano a trovare una soluzione. «A un certo punto è nata l’idea di utilizzare diamanti sintetici».

Ricorrere ai diamanti sintetici? Si potrebbero ridurre drasticamente i costi. Ma…

Dato che il costo è sempre un aspetto fondamentale, la soluzione ideale sarebbe un Master Set composto interamente da diamanti sintetici. In questo modo si potrebbe mantenere il costo totale al di sotto dei 5.000 dollari, con la maggior parte della spesa destinata alla produzione fisica del set piuttosto che ai diamanti stessi.

Ma c’è un problema enorme con i sintetici. «La criticità principale nell’utilizzo dei sintetici è stata messa sul tavolo fin da subito: la questione dei loro toni prevalentemente marroni e grigi», dice Scarani.

«Di sicuro il GIA rifiuterebbe qualsiasi diamante che avesse una tonalità bruna o grigia. Non sono adatti per essere una Master Stone».

Ma ce la si può fare?

  • Il gruppo non riesce a trovare un produttore di diamanti disposto a farlo;
  • Il gruppo è preoccupato per il fatto che i sintetici mostrino una tonalità brunastra;
  • Il GIA non classificherà i diamanti sintetici per le Master Stones, quindi questa non è un’opzione.

Scarani allora si arrende?

No, una soluzione bisogna assolutamente trovarla. Scarani è determinato a portare a termine il progetto. «Sapevo già che il GIA non sarebbe stato disponibile a creare una Serie Master sintetica». Quella tinta bruna è un ostacolo insormontabile. Ma se eliminassimo i sintetici marroni e ci concentrassimo solo sui diamanti sintetici con tonalità secondaria (overtone) gialla? Così ce la potemmo fare?

Vedere il giallo: la questione della spettroscopia ed il problema dei gialli sintetici

Come già detto, Alberto Scarani è un esperto di spettroscopia. Per contestualizzare, il GIA utilizza diamanti di tipo Ia nei suoi Master Set. Questi diamanti di tipo I, che fanno parte di quella che viene comunemente chiamata “Serie Cape”, mostrano vari gradi di saturazione del giallo a causa dei centri N3 nella loro struttura cristallina. La spettroscopia può misurare queste variazioni e svolge un ruolo importante nella tecnologia delle macchine per la classificazione del colore.

È importante sapere che i diamanti sintetici di tipo II sono privi di centri N3 e presentano caratteristiche spettrali completamente diverse. Di conseguenza, non è possibile utilizzare le macchine di classificazione del colore standard (spettrali) per classificare i diamanti sintetici. Sebbene questi possano avere un colore giallo dovuto all’azoto, non presentano lo stesso spettro di un diamante naturale.

Questo potrebbe essere un problema? In realtà sì, è un problema. Per dirla senza mezzi termini, nei diamanti sintetici non si vede lo stesso body color giallo dei diamanti naturali. Certo, entrambi sono colorati dall’azoto, ma il body color giallo del diamante sintetico ha qualcosa di “diverso” rispetto a quello del diamante naturale.

La scienza del giallo. Sulle prime anche Thomas Hainschwang è scettico sull’uso dei sintetici

Thomas Hainschwang, direttore e proprietario del GGTL Laboratory in Liechtenstein, è uno scienziato del diamante riconosciuto a livello mondiale. E, come Scarani, ha ricevuto il premio AGA Bonanno. Quando gli è stato chiesto un parere sull’uso dei diamanti sintetici nei Master Set di classificazione del colore, anche lui si è mostrato scettico, non solo per la tonalità bruna che potrebbero mostrare, ma anche per il loro particolare body color giallo.

Comparazione tra gli spettri UV-Vis in trasmittanza di diamanti della “serie del capo” (gruppo in alto) e di due diamanti sintetici HPHT e CVD (in basso). Notare la differente entità dei picchi a 415 e 478 nm dovuti alla presenza dell’aggregato N3 dell’azoto che è causa diretta del colore giallo nei diamanti della serie del capo
Figura 4 – Comparazione tra gli spettri UV-Vis in trasmittanza di diamanti della “serie del capo” (gruppo in alto) e di due diamanti sintetici HPHT e CVD (in basso). Notare la differente entità dei picchi a 415 e 478 nm dovuti alla presenza dell’aggregato N3 dell’azoto che è causa diretta del colore giallo nei diamanti della serie del capo. (Foto: IGR Rivista Italiana di Gemmologia)

Secondo Hainschwang, «nei sintetici HPHT il colore giallo proviene dall’azoto singolo (centri C), mentre nei diamanti gialli “Cape” utilizzati per le pietre master il colore giallo è causato dai centri N3. Il colore giallo indotto dai centri C non è identico al giallo dei centri N3». Spiega Hainschwang: «I loro spettri di assorbimento sono molto diversi tra loro ed è proprio questo il problema dei diamanti sintetici di riferimento. Gli unici diamanti sintetici che potrebbero fungere da master sono quelli HPHT, poiché sono sempre gialli, a meno che l’apporto di azoto non sia limitato dall’uso di un cosiddetto “nitrogen-getter”, un dispositivo di cattura dell’azoto».

«Al contrario», continua Hainschwang, «i sintetici CVD allo stato grezzo sono generalmente di colore brunastro e non giallastro, quindi non sono assolutamente adatti; solo dopo il trattamento HPHT i sintetici CVD possono apparire giallastri a partire dai centri C, ma sarebbe molto difficile trovare pietre che corrispondano ai gradi di colore inferiori».

«Non è possibile realizzare un diamante sintetico colorato dal centro N3», sottolinea Hainschwang. «I diamanti sintetici HPHT sono di tipo IIa/IIb fino a Ib, a seconda della presenza del boro e/o del centro C. E nemmeno un diamante sintetico fortemente riscaldato a mezzo del sistema HPHT avrà abbastanza centri N3 da causare un colore giallo. Il centro C domina sempre».

In altre parole, non è possibile utilizzare i sintetici per i Master nella gamma del giallo, poiché non avranno mai lo stesso aspetto di un diamante naturale di tipo I della serie Cape.

Ecco perché non si può fare…

  • Non si riesce a trovare un produttore in grado di fornire uno stock di pietre adatto da esaminare e da cui selezionare materiale per eventuali Master Set.
  • I diamanti sintetici possono avere una tonalità bruna e quindi il GIA non li classificherà come pietre master.
  • I diamanti sintetici hanno un aspetto giallo diverso da quello dei diamanti naturali, il che vanifica lo scopo del Master Set.

E allora la finiamo qui?

Ripensiamoci su e buttiamoci sull’ibrido

Deciso a non gettare ancora la spugna, Scarani prende una strada completamente diversa. E se si mantenessero sintetiche le pietre di colore elevato — le incolori E, F e le quasi incolori G — (poiché non comporterebbero alcuna complicazione con i gialli, mentre i sintetici con una tonalità bruna si potrebbero scartare) e si utilizzassero diamanti naturali per le pietre H, I, J, K e L, proprio come in un set tradizionale? Problema risolto?

Scarani allora ricontatta Hainschwang per vedere cosa ne pensa di questa idea, che prevede l’uso di diamanti sintetici solo per i colori di punta. Anche in questo caso Thomas è scettico. Ma quando Scarani gli parla dell’uso dell’ottica visiva al posto degli spettri, cambia idea.

È possibile?

«Thomas, se uso i miei occhi o un dispositivo che utilizza l’approccio visivo e non quello spettrofotometrico, pensi che si possa fare?».

Dopo una pausa, con grande sorpresa di Scarani, arriva la risposta: «Perché no?».

L’approccio visivo al posto della spettroscopia

Con l’ottica visiva, osserva Scarani, «non stiamo confrontando lo spettro del Tipo IIa con quello del Tipo Ia. Stiamo facendo un confronto visuale».

Questa è la differenza fondamentale rispetto alla maggior parte dei sistemi di classificazione automatica. Queste macchine sono essenzialmente spettrometri che, sebbene siano stati notevolmente migliorati negli ultimi anni, si basano su algoritmi per interpretare gli spettri di assorbimento/trasmissione. Tuttavia, questo approccio non funziona con i diamanti che non siano della serie Cape, impossibile con diamanti sintetici di tipo IIa.

L’ottica visiva delle macchine, tuttavia, è migliorata notevolmente negli ultimi due decenni, al punto che la classificazione del colore non deve più dipendere dalla chimica del diamante, ma viene semplicemente valutata in base al suo aspetto.

Quindi, oltre a una fornitura costante di diamanti idonei, era necessario un laboratorio gemmologico professionale ben autorevole, diverso dal GIA (perché il GIA non effettua grading di sintetici), che utilizzasse una macchina per la classificazione del colore basata su un approccio ottico visivo, piuttosto che sulla spettroscopia.

E poiché Scarani aveva già parlato con Sharrie Woodring, gemmologa senior del GCAL by Sarine di New York, era preparato. «Ho spiegato loro cosa stavamo facendo e ho chiesto se fosse possibile». La risposta è stata «».

Scarani è ormai fiducioso. Il via libera! Ma ci sono ancora altri problemi da risolvere. Ed ecco Stuller…

Tornando al primo e più importante passo, Scarani aveva bisogno di una fonte affidabile di materiale, «affidabile – dichiara – sia per i diamanti sintetici che per quelli naturali».

Da oltre 50 anni, Stuller è al centro dell’industria della gioielleria, mettendo a disposizione forniture di qualità ai professionisti del ramo di tutto il mondo. È il più grande fornitore di diamanti naturali e sintetici del Nord America, riconosciuto per il suo rigoroso e completo processo di screening per verificare l’origine di ogni diamante fornito. Oltre a quella sfida, Stuller era comunque predisposto a impegnarsi ad adottare una visione a lungo termine.

Parlando con Guy Borenstein, direttore dell’approvvigionamento di pietre preziose e gemmologo senior di Stuller, Scarani osserva: «Ho fatto osservare con molta, molta chiarezza, fin dal primo momento in cui ci siamo messi in preso contatto, che non si tratta di qualcosa che si esaurisce con la vendita. Se si vuole davvero far parte di questa attività, bisogna farlo con un approccio nel lungo termine».

Ma se si fanno quattro conti scopriamo che non conviene, a meno che non lo consideriamo un servizio

Scarani sa che la creazione dei Master Set richiede molto lavoro. Se a questo si aggiunge il numero esiguo di unità da produrre ogni anno, non è possibile fare soldi. «Quello che volevo era una garanzia formale che questo sarebbe stato un servizio che Stuller avrebbe continuato a fornire in futuro e con continuità».

«Lo vedo come un servizio», dice Scarani. «Non lo vedo come un semplice prodotto commerciale». E Stuller deve saperlo. «Sappiamo tutti che non si tratta di un’iniziativa particolarmente redditizia dal punto di vista economico», afferma Scarani, «altrimenti diverse altre aziende si sarebbero già cimentate nell’impresa».

Le differenze tra HPHT e CVD e il problema del colore “E” del master

«Se si crea un set di diamanti sintetici CVD, non c’è modo al mondo di eliminare la tinta marrone o grigia», dice Borenstein. «Ma con l’HPHT si può arrivare a un punto in cui i diamanti incolori e quelli quasi incolori (gamma di colori E, F e G) hanno lo stesso aspetto di quelli naturali».

«L’idea, all’origine, era di utilizzare solo diamanti HPHT», spiega Borenstein. Ma prima di essere classificati per colore, i diamanti HPHT sono stati controllati per due aspetti: il primo è la fosforescenza persistente (relativamente comune nei diamanti HPHT), che potrebbe influenzare la classificazione; il secondo è l’analisi dei livelli relativi di boro mediante la spettroscopia FTIR (Fourier Transform InfraRed). La presenza di boro può far apparire il diamante grigio (o addirittura blu).

Secondo Borenstein, questi due semplici test hanno tolto di mezzo un’enorme quantità di materiale scrutinato disponibile in stock, il 90% delle pietre analizzate! Del restante 10%, alcune con tinte indesiderate vengono scartate. «I miei gemmologi li selezionano attraverso un’ispezione manuale», afferma Borenstein.

Inoltre, il giusto diamante di colore E era… come si dice? … inafferrabile. Come trovarlo?

Inspiegabilmente, Borenstein non riusciva a trovare dei buoni sintetici HPHT di colore E, quindi come si sarebbe potuto risolvere questo problema? «Per il colore E, alla fine abbiamo scelto un sintetico CVD trattato HPHT», dice Borenstein, «perché non mostrava alcuna tinta». Idea geniale e brillante! (Scusate, non è un gioco di parole… — Gary Roskin)

Quindi, ricapitolando, Stuller fornirà i sintetici per i gradi incolori e quasi incolori — per i Masters E, F e G.

«Al di sotto di G, abbiamo deciso di utilizzare solo diamanti naturali», osserva Borenstein. È possibile notare la differenza di tonalità gialla tra il diamante sintetico realizzato in laboratorio e quello naturale, anche se entrambi sono colorati dall’azoto (tipo I e tipo II — ne abbiamo parlato precedentemente con Thomas Hainschwang). «Per quello che riguarda i diamanti sintetici, il colore a un esperto classificatore sembrerà “strano”», dice Borenstein, «e quindi è meglio ricorrere ai diamanti naturali (nella gamma H, I, J, K e L)».

Okay, e ora finalmente abbiamo tutto sotto controllo per quanto riguarda la fornitura!

Realizzare una serie master. Prima fase: l’imponente progetto di selezione eseguito da Stuller

La prima fase della creazione di una serie Master di diamanti prevede che Stuller esamini il proprio stock, reperendo diamanti naturali e sintetici attraverso la sua ampia rete di fornitori.

Di tutti i diamanti sintetici CVD e HPHT si testerà fluorescenza e fosforescenza. I diamanti sintetici HPHT saranno esaminati con l’FTIR per verificare la presenza di boro.

Anche i diamanti naturali vengono esaminati con l’FTIR per garantire che siano diamanti di tipo Ia senza componenti di idrogeno (l’idrogeno può aggiungere una tonalità grigiastra alla pietra). Inoltre, le pietre vengono testate per garantire che non vi sia alcuna fluorescenza.

Poi, i gemmologi di Stuller classificano visivamente il colore di ogni diamante, utilizzando due Master Set classificati dal GIA e cercando i diamanti con colori nella posizione più alta di ogni grado e che la distribuzione del colore sia uniforme.

Successivamente lo staff del processo di classificazione prende le pietre candidate selezionate ed esamina la loro purezza. Solo il grado VS2 o superiore può essere accettato come Master di classificazione del colore. L’analisi richiede che siano assenti inclusioni scure, nuvole o granulosità del colore.

Tutti i diamanti che hanno superato il processo di selezione fino a questo punto vengono scansionati attraverso l’analizzatore di proporzioni 3D della OGI System per garantire che rientrino nelle proporzioni corrette necessarie. Le proprietà raccolte digitalmente, insieme alla simmetria e alla lucidatura, vengono verificate manualmente dall’ispezione dei gemmologi.

«Eseguiamo l’intero processo che si farebbe per trovare le Master Stones in modo tradizionale», osserva Borenstein, «ma aggiungendo alcuni passaggi in più all’inizio per assicurarci di utilizzare i giusti diamanti naturali e i giusti sintetici. E solo questi candidati saranno poi inviati al laboratorio GCAL».

L'Hybrid Master Set
Figura 5 – L’Hybrid Master Set. (Foto: GCAL by Sarine)

Può un altro laboratorio classificare secondo gli standard di colore del GIA? La fase 2, i diamanti arrivano a GCAL by Sarine. L’uso dell’intelligenza artificiale e il color database

Ora, completata la fase uno di Stuller e visto che il laboratorio GIA non è disposto a classificare i diamanti sintetici per usarli come elementi dei Master Stones, Scarani ha bisogno di un laboratorio professionale di classificazione dei diamanti che sia in grado di procedere al grading dei diamanti destinati a diventare Masters Stones.

Si passa ora alla fase due: i diamanti sottoposti a cernita preliminare da Stuller arrivano a GCAL by Sarine. Questa azienda è nota per lo sviluppo di dispositivi di scansione utilizzati nell’industria delle gemme. La sua tecnologia è pionieristica per quanto riguarda l’analisi dei diamanti ed è specializzata in sistemi avanzati di marcatura, misurazione e classificazione — tra cui Galaxy, Sarine Clarity II, Sarine Color, Advisor (Tenders), Diaexpert, Diamension e altri ancora — che valutano i diamanti grezzi e tagliati.

Intorno al 2018, Sarine ha lanciato il cosiddetto Sarine Color, che utilizza l’analisi ottica automatizzata e l’intelligenza artificiale per valutare con precisione il colore e la fluorescenza di un diamante.

In che modo? L’intelligenza artificiale (AI) semplicemente fa in modo che il dispositivo raccolga dati per utilizzarli al fine di creare un database. Questo database viene poi utilizzato per confrontare e classificare altri diamanti con aspetto simile a quelli già presenti nel sistema.

Ciò che distingue Sarine Color dalla maggior parte degli altri dispositivi di classificazione del colore è che si tratta di uno scanner ottico. «Le macchine [quelle utilizzate da altri laboratori] sono basate sulla spettroscopia e raccolgono misure di assorbimento», afferma Angelo Palmieri, presidente di GCAL by Sarine. «Ciò funziona molto bene per le pietre gialle, ma non per le marroni, le grigie, i diamanti con fluorescenza, il tipo II e in altri casi specifici».

«Sarine ha lanciato questo sistema di visione basato sull’AI prima che ci si ponesse in generale la domanda di cosa fosse l’AI. Quando gli diamo in pasto 30.000 colori D, 30.000 colori E, 30.000 colori F e 30.000 colori G, questi gradi sono riconosciuti attraverso la visione artificiale e l’elaborazione delle immagini». E ciò che rende possibile questo progetto Master Set è il fatto che più diamanti con gradazioni di colore GIA vengono esaminati da Sarine Color, più informazioni GIA possono essere memorizzate per riferimenti futuri. Come osserva Palmieri, «ha cominciato ad apprendere la classificazione GIA».

GCAL e Sarine sono partner soltanto da due anni. E quello che vedono è una macchina in grado di aggiornare e perfezionare continuamente le proprie capacità di classificazione.

«Sarine Color ha davvero la migliore “sensibilità” in ogni momento della classificazione dei colori GIA, perché l’immissione di dati che entrano nei sistemi resta costante». E questa serie di dati in tempo reale continua a crescere. Mentre la macchina ruota i diamanti per misurare ogni angolo, raccoglie dati anche per le pietre più difficili, come le forme fantasia e i diamanti con zonature di colore.

«Ci sono persino algoritmi diversi per i diamanti naturali e per quelli sintetici: un processo molto intensivo», spiega Palmieri. «E noi lo vediamo funzionare ogni giorno».

La selezione automatizzata dei gradi master viene ricontrollata dallo staff di gemmologi ed è allineata ai criteri GIA

I dati dettagliati sul colore forniti da Sarine Color — cosa ancora più importante — consentono a GCAL di individuare esattamente la posizione di un diamante all’interno del range dello specifico colore assegnatogli. È un E alto, un E basso o un E pieno? Sarine Color può persino determinare quanto un colore sia vicino al limite della classe di colore successiva.

Questi sono i dati necessari per qualificare una pietra Master. Senza svelare alcun segreto tecnologico, Palmieri ci dice che c’è un numero generato da Sarine Color. «È entro un decimo di grado», dice Palmieri, «ed è altamente ripetibile». Queste informazioni, destinate esclusivamente al laboratorio, aiutano a mantenere una classificazione coerente, non solo per le Master Stones, ma anche per le pietre dei clienti.

«I nostri selezionatori svolgono un ruolo fondamentale in questo processo», dice Palmieri. Anche se le macchine generano processi ripetibili e coerenti, Palmieri sa quanto sia importante che il suo staff di selezionatori abbia l’ultima parola. I gemmologi del laboratorio e i commercianti di diamanti, i gioiellieri al dettaglio e i periti devono vedere le pietre allo stesso modo. «Ecco perché una pietra può essere autorizzata come elemento di un Master solo se le macchine e i classificatori sono d’accordo», osserva Palmieri.

«Pertanto, è giusto dire che i Master Set che stiamo costruendo, basati sul database di classificazione e sui criteri che abbiamo, sono strettamente allineati al GIA, alle modalità con le quali in quell’istituto stanno attualmente classificando il colore».

«La nostra tecnologia AI ha la capacità di tracciare [la classificazione del colore] in tempo reale, attraverso la raccolta di dati in corso nei principali centri in cui si lavora con i diamanti».

Con questi dati scrupolosi, il GCAL non solo è in grado di confermare se una pietra può far parte di master con un certo grado, ma può potenzialmente assemblare set abbinati che passano senza problemi da un grado all’altro.

«È un processo molto complesso», spiega Palmieri. «Non è un compito semplice. Ci sono pochissime aziende in grado di fare questo, di produrre Master Set altamente curati attraverso persone e macchine».

«Il meglio dei due mondi», esclama Palmieri. «Questo offre una soluzione accessibile ed economicamente vantaggiosa. È necessario un numero enorme di diamanti per portare questo progetto su scala e non ci sono molte aziende come Stuller in grado di alimentare un progetto di questa portata. Senza il loro supporto, non potremmo procedere a fornire il numero di set necessari».

GCAL by Sarine
Figura 6 – (Foto: GCAL by Sarine)

Progetto completo! Ora la GRANDE domanda: Quanto costa?

È uno strumento: non è come acquistare diamanti, qui si tratta di un sistema di classificazione. «Questo è uno strumento», ribadisce Scarani. «Non si può paragonare a nient’altro. Per quello che c’è dietro, c’è un sacco di lavoro, di selezione, di confronto, di avanti e indietro, e così via, quindi il prezzo non è rapportato a quello dei diamanti. Il prezzo comprende il lavoro, la manodopera, le tante spedizioni…».

«Spero davvero che lo mantengano il più accessibile possibile. Ma ripeto, non ho alcun controllo su questo aspetto». L’AGA non ha e non trarrà nessun beneficio economico da questo progetto. Si trattava solo di trovare una soluzione a un grosso problema: i membri cercavano di trovare, non riuscendoci, una serie di pietre master a prezzi accessibili per stabilire le loro credenziali come laboratorio gemmologico certificato AGA.

«Questa è una combinazione davvero miracolosa», dice Scarani. «C’è qualcuno che ha accesso a diamanti sintetici e naturali in queste quantità, con attrezzature e personale in grado di selezionare centinaia, migliaia di pietre… C’è un laboratorio che può creare set utilizzando una nuova classificazione visiva AI allineata alla classificazione GIA… È una combinazione di caratteristiche davvero uniche».

In definitiva, questo progetto ha comportato uno sforzo enorme e concertato da parte di tutte le parti coinvolte, nel tentativo di trovare una risposta a una domanda che non è stata affrontata per più di 20 anni.

Quando gli Hybrid Master Set saranno finalmente disponibili, lo si saprà dalla Accredited Gemologists Association, da Stuller, da GCAL by Sarine nel Roskin Gem News Report e dalle notizie di IGR.


Articolo di Gary Roskin, pubblicato su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 21, Autunno 2025.

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Gary Roskin
Gary Roskinhttps://www.rivistaitalianadigemmologia.com/autori/
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