Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 14 nel 2022. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.
L’industria perlifera australiana produce il 15% delle perle South Sea del mondo e il 30% del suo valore totale (195 milioni di dollari nel 2018), ma è l’Indonesia ad emergere come il più grande produttore in termini di quantità, contribuendo per circa il 50%, ovvero circa cinque o sei tonnellate. Anche le Filippine concorrono sempre più al mercato tuttora dominato da Hong Kong come hub commerciale fondamentale per la distribuzione delle perle coltivate.
In questo contesto di mercato i coltivatori di perle australiani sono stati colpiti duramente da una malattia acquatica, una crisi finanziaria che ha distrutto il mercato, vari disastri naturali e dal COVID-19. L’ultimo decennio è stato un periodo difficile per le perle coltivate, contraddistinto peraltro dal rischio di sovrapproduzione come già registrato nel caso delle perle d’acqua dolce o di Tahiti.
Dopo stagioni difficili, la parola chiave oggi è innovazione. E così, in anteprima mondiale, il produttore australiano di perle mari del sud, Pearls of Australia, è entrato nel mondo della blockchain. Questo passo è stato compiuto in collaborazione con Everledger, impresa specializzata che è stata pioniera nelle applicazioni blockchain per diamanti e gemme di colore. Pearls of Australia, premiato come coltivatore australiano dell’anno nel 2021, produce perle dal mollusco pinctada maxima attraverso tre operazioni di allevamento in Australia occidentale e nel New South Wales da tre generazioni.

«Laddove i diamanti avevano bisogno di contrastare i conflitti e le violazioni dei diritti umani, le perle hanno bisogno invece di una piattaforma per condividere il loro viaggio straordinario nella collaborazione armoniosa tra l’uomo e la natura vivente» ha dichiarato Leanne Kemp, CEO di Everledger. Sembrerebbe che questa considerazione supporti l’ipotesi che l’iniziativa risponda più alle esigenze di marketing che alla semplice trasparenza della catena di approvvigionamento, anche se l’origine, la divulgazione di qualsiasi trattamento così come le pratiche etiche dei fornitori e le modifiche di proprietà per le generazioni a venire sono tutte ulteriori caratteristiche registrate dalla Blockchain.
Lo conferma James Brown, amministratore delegato di Pearls of Australia: «Abbiamo deciso di intraprendere questo percorso sulla provenienza circa un anno fa – ha detto – dopo aver constatato anni in cui il valore delle perle si è eroso agli occhi dei consumatori, mentre la realtà è che produrre perle di buona qualità sta diventando sempre più difficile». Uno degli scopi del registro digitale è la necessità di separare le perle prodotte dall’ostrica pinctada maxima in Australia da quelle dei concorrenti asiatici. È un dato di fatto che sul mercato i lotti siano proposti in modo indifferenziato. Pertanto la Blockchain applicata alle perle ha anche lo scopo di proteggere e certificare l’origine geografica. Le perle saranno identificate con un sistema di tracciamento fisico, sulla falsariga delle iscrizioni laser o delle nanoparticelle che si stanno utilizzando nell’industria dei diamanti e delle gemme di colore? No, sembra che il sistema non richieda alcuna aggiunta di marcatori fisici da applicare alle perle. L’identificazione univoca si baserà su immagini di alta qualità memorizzate e scannerizzate digitalmente, nonché su precise descrizioni delle dimensioni e delle caratteristiche delle perle.
Gem News pubblicata su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 14, Primavera 2022



















