Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 6 nel 2019. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.
La “pietra paesina” è una pietra tutta italiana, che si trova in numerose località dell’Appennino, dal Piemonte al Lazio, ed in particolare nell’appennino toscano nei pressi di Firenze.
Si tratta di un calcare che tagliato in lastre offre disegni che ricordano paesaggi. È quindi una pietra tenera che si presta a lavori d’intarsio per mobili, scatole e suppellettili, ma anche per sfere, carving e cabochon. Recentemente si è sviluppata un’importante industria di bigiotteria in argento che fa uso di questa pietra lavorata in cabochon o in fili, ma anche in bottoni o fondi di orologi.
Il mediceo Opificio delle Pietre Dure di Firenze l’ha usata fin dalla metà del ‘500 quando era conosciuta come pietra di Firenze. La paesina è anche alla base del mosaico fiorentino in cui un dipinto viene riprodotto usando vari tipi di pietra, intarsiate e unite tra loro.
La pietra paesina si rinviene in strati di 10-30 cm di spessore all’interno di formazioni di flysch distali. Si tratta di torbiditi calcaree all’interno di una sequenza pelitica. Questi strati hanno un comportamento più rigido delle peliti che le contengono e quindi si formano fitte microfratture da carico durante la diagenesi. Successivamente l’infiltrazione di ossidi di ferro e manganese dà il colore alla pietra a partire dai bordi del blocco, mentre al centro restano i colori originari non ossidati, in toni di grigio e celeste come fossero cieli o specchi d’acqua (Figure 80 e 81).



Dopo l’apogeo del ‘700 e ‘800 durante i quali la paesina veniva esportata in tutta Europa come pietra decorativa di ricche ville borghesi, anche questa cadde nel dimenticatoio, forse perché la principale cava di Rimaggio, vicino all’Arno, si era esaurita.
Ma agli inizi degli anni settanta, un anziano fu trovato morto nel bosco Monterifrassine con un pesante zaino di blocchi di paesina in spalla. Il vecchietto si chiamava Ferdinando Innocenti, detto il Rossino, e si scoprì che era il discendente di una famiglia di cercatori che si erano tramandati il segreto della più pregiata paesina, quella con il cielo azzurro e le nuvole. Per secoli avevano mantenuto gelosamente il segreto continuando a rifornire gli artigiani del mosaico fiorentino. È così che venne scoperto il segreto e ricominciò lo sfruttamento di questa pietra.
Il Verde d’Arno è considerato una varietà di pietra paesina anche se in realtà non ha niente a che vedere, se non per il fatto che si trova anch’essa nei pressi di Firenze. Si tratta anche in questo caso di un calcare, ma in ciottoli fluitati e non in strati. Il disegno è geometrico tra le microfratture del calcare che in genere hanno orientazione casuale (Figura 82), mentre nella paesina le fratture sono verticali e più o meno parallele tra loro.

I colori predominanti sono appunto il verde, il giallo ocra verso i bordi dei blocchi e grigio chiaro verso il centro. La colorazione avviene in questo caso quando il ciottolo era già arrotondato e quindi nei greti del fiume, mentre nella paesina questo processo avviene in situ quando lo strato era ancora immerso nella roccia madre.
D’altro canto la storia del Verde d’Arno è sempre stata associata alla paesina, sia per i ricercatori che andavano a cercarla, sia per i laboratori che ne facevano uso.

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A cura del qualificato gruppo di specialisti della rubrica Gemme d’Italia, pubblicata su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 6, Primavera 2019.



















