Il mercato dei diamanti sintetici è una torta sempre più grande in quantità ma meno in valore. Solo nel 2024, l’International Gemological Institute (IGI) ha generato circa 107 milioni di euro di fatturato dai soli report sui “lab-grown diamonds”, con profitti superiori ai 48 milioni di dollari e una quota di mercato dominante, pari al 65%.
Il GIA, istituto gemmologico di riferimento mondiale per i diamanti naturali, controlla invece appena il 5% di questo mercato. Eppure, fino a poco tempo fa, alla sua crescita sembrava interessato.
In passato, nel periodo in cui le quotazioni hanno raggiunto il picco, si sono venduti al pubblico diamanti sintetici per valori unitari che hanno oltrepassato i 30.000 euro. Che fossero accompagnati da un certificato GIA era assolutamente cosa comprensibile.
Insomma, certificare diamanti sintetici è un business redditizio ma con tendenza al ribasso. E forse non è un caso che il GIA abbia sempre mostrato una certa ritrosia ad abbracciare pienamente questo segmento. La decisione annunciata pochi giorni fa — abbandonare la scala tradizionale delle 4C (colore, purezza, taglio, caratura) per i lab-grown e sostituirla con una classificazione binaria: “premium” o “standard” — è solo l’ultima di una lunga serie di retromarce.
È infatti la terza revisione in vent’anni del sistema di grading adottato dal GIA per i sintetici. La prima risale al 2006, quando l’istituto optò per descrizioni generiche come “near colorless” o “VVS”, evitando accuratamente paragoni con i diamanti naturali. All’epoca, la priorità era proteggere l’integrità percepita del mercato. Parametri diversi uguale nessuna confusione.
Poi, nel 2019, il GIA rimuove la parola “synthetic” dai suoi report, e nel 2020 adotta pienamente il sistema delle 4C anche per i diamanti cresciuti in laboratorio. Un cambio che coincide con l’esplosione della domanda tra i consumatori più giovani e con il picco storico dei prezzi dei lab-grown.
Ora, il pendolo torna indietro. Il vicepresidente esecutivo del GIA, Tom Moses, ha spiegato così la scelta: «Più del 95% dei diamanti sintetici immessi sul mercato rientra in un intervallo molto ristretto di colore e purezza. Per questo motivo, non ha più senso che il GIA descriva i diamanti cresciuti in laboratorio utilizzando la nomenclatura sviluppata per l’intero spettro di colore e purezza dei diamanti naturali…»
Una considerazione ineccepibile che però non è che trovi fondamento solo oggi, all’improvviso. Da tempo, infatti, la qualità dei sintetici si è stabilizzata su standard di colore e purezza altissimi, con variazioni minime tra pietra e pietra. Classificarli secondo i criteri pensati per i naturali forse non ha mai avuto senso.
Il nuovo sistema, più semplificato, inevitabilmente riflette anche un cambio di valore percepito: i “lab-grown” non sono più visti come alternativa luxury, ma come prodotti ad alta disponibilità e basso margine.
In conclusione, il GIA semplifica i suoi report tanto quanto si riduce la redditività del segmento “diamante sintetico”. Un’ulteriore conferma di ciò che molti nel settore sospettano da tempo: tra l’arretramento strategico dei sintetici Lightbox di De Beers, il crollo dei prezzi e l’aumento vertiginoso della produzione, il mondo dei diamanti sintetici sta entrando in una nuova fase. Un mercato maturo, forse già saturo, che chiede che i certificati ricalchino in parallelo il crollo dei prezzi.





















Eccellente come sempre , premesso che chi ha vissuto epoca e invasione del mercato dei quarzi sintetici , ha già idea di come andrà a finire in seguito…. Non so se è un bene o un male , una cosa è certa il lavoro va salvaguardato .