Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 22 nel 2026. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.
Alla fine del 2024 il Kimberley Process avrebbe dovuto chiudere un ciclo di riforme e rilanciare la propria credibilità internazionale. È accaduto l’opposto. La seduta plenaria di Dubai (17–21 novembre) ha sancito una crisi strutturale: assenza di leadership, paralisi decisionale e un mandato politico debole, svuotato dai nuovi equilibri geopolitici. La guerra in Ucraina non rappresenta un fattore esterno al KP, ma l’elemento che ne ha definitivamente messo a nudo i limiti.
Il prolungamento straordinario della presidenza degli Emirati Arabi Uniti per tutto il 2025, in mancanza di paesi disponibili a subentrare, aveva già reso evidente l’impasse. Il terzo fallimento consecutivo del tentativo di riformare la definizione di “conflict diamonds” — ferma al 2003 e limitata ai soli diamanti grezzi utilizzati da ribelli contro governi legittimi — ne è stata la conseguenza diretta.
Molto tempo è trascorso dalla guerra civile angolana che diede l’impulso iniziale all’accordo transnazionale. È sostenibile mantenere il KP nelle condizioni attuali? No. L’industria diamantifera è profondamente cambiata ed è oggi fortemente centralizzata sotto il controllo dei governi nazionali. Continuare su questa linea equivarrebbe ad ammettere che le uniche minacce da contrastare siano piccoli gruppi ribelli dispersi in territori remoti.
Gli osservatori internazionali evidenziano invece un quadro ben più complesso: la corruzione sistemica che consente l’arricchimento illecito delle élite politiche, soprattutto in diversi stati africani; i gravi danni ambientali causati dall’industria mineraria, inclusa la mancata messa in sicurezza dei siti abbandonati; il riciclaggio, il traffico di armi, il lavoro minorile e gli abusi sulle comunità locali, spesso soggette a deportazioni forzate.
Alla vigilia del Plenary sembrava profilarsi uno spiraglio. Il World Diamond Council aveva annunciato un accordo tra governi africani per estendere, almeno parzialmente, la definizione alle violazioni dei diritti umani. Tuttavia, l’allargamento proposto è apparso subito marginale. Il nodo centrale non riguarda più soltanto le guerre civili, né gli abusi in senso lato. Il vero stallo risiede nell’impossibilità di chiamare in causa la violenza sistemica e la responsabilità di stati sovrani — come lo Zimbabwe, per citare un caso emblematico — in un contesto di crescente conflittualità geopolitica globale.
Ciò che rende questa frattura particolarmente evidente è il ruolo del terzo settore, rappresentato dalla Civil Society Coalition (CSC), una delle tre “gambe” del Kimberley Process insieme ai governi e all’industria (WDC).
Le ONG che ne fanno parte, o che vi hanno partecipato in passato, dispongono inevitabilmente di un’autorevolezza significativa. Global Witness, IMPACT, Amnesty International, Human Rights Watch, Partnership Africa Canada insistono, sul tema delle violazioni dei diritti umani, nel chiamare in causa le forze armate statali e le forze di sicurezza private al servizio di specifici gruppi di potere.
Non va dimenticato che il KP resta uno strumento di “voluntary law”: non vincolante, fondato sull’implementazione nazionale e sul principio dell’unanimità. In un contesto internazionale sempre più polarizzato, questa architettura mostra tutti i suoi limiti. Le criticità — più volte evidenziate anche su IGR — risultano ulteriormente aggravate dall’assenza di convergenza politica.
La crisi si è cristallizzata attorno alla questione russa. La proposta di includere nella definizione anche le violenze perpetrate da attori statali, milizie, mercenari e reti criminali è stata bloccata da un ristretto gruppo di paesi, con la Russia in prima linea e la Cina allineata.
Da cosa discende il rifiuto russo? Dall’isolamento diplomatico del paese e dal regime sanzionatorio internazionale che ha di fatto sottratto ai diamanti russi qualsiasi legittimità etica. In pratica, le sanzioni statunitensi ed europee, fondate su altri ordinamenti giuridici, si sono rivelate più incisive dello stesso KP.

La posizione dell’Unione Europea è stata espressa senza ambiguità. «Anche i diamanti collegati a conflitti armati o a violenze sistematiche o generalizzate perpetrate da attori statali – Bruxelles afferma in un comunicato ufficiale – devono essere etichettati come ‘conflict diamonds’».
E aggiunge: «L’UE deplora inoltre che il processo di Kimberley non abbia potuto discutere di come i diamanti insanguinati della Russia, che costituiscono circa un terzo della produzione mondiale di diamanti, stiano finanziando la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina».
Sulla stessa linea il Regno Unito, che ha ribadito la propria preoccupazione per l’impiego dei proventi dei diamanti russi nel finanziamento del conflitto.
La risposta di Mosca è arrivata tramite il Ministero delle Finanze. «Abbiamo sostenuto – ha dichiarato il vice ministro Alexey Moiseev – la proposta dell’African Diamond Producers Association (ADPA) relativa all’ampliamento della definizione di ‘conflict diamonds’ che non si applica agli Stati sovrani. Siamo convinti della sua validità».
Si tratta di una posizione che tutela l’impianto di principio del KP ma che esclude esplicitamente qualsiasi responsabilità degli Stati sovrani. In sostanza, la diplomazia russa non nega la necessità di una maggiore responsabilità nel commercio dei diamanti grezzi, ma respinge qualsiasi iniziativa che possa incidere sulla propria sovranità nazionale, anche attraverso sanzioni esterne al KP.
Il risultato è stato paradossale: i paesi riformisti hanno respinto l’estensione proposta proprio perché priva di un riferimento agli “state actors”, rendendo impossibile raggiungere l’unanimità e affossando di fatto la riforma.
In questo scenario di grave paralisi si inserisce l’India. Dopo un passaggio formale di vicepresidenza, ha accettato di assumere la presidenza del KP nel 2026, per la terza volta dalla sua fondazione. Una scelta difficilmente evitabile. Mumbai, ormai primo hub mondiale del taglio, ha un interesse diretto a ridurre l’impatto dell’embargo sui diamanti russi, oggi bloccati e inutilizzabili per la propria industria manifatturiera. Il comunicato ufficiale che annuncia l’impegno del governo resta volutamente generico e riflette, sul commercio internazionale dei diamanti grezzi, lo stesso equilibrismo che caratterizza un paese che fa dell’equidistanza tra i blocchi uno dei cardini della propria politica estera.
Il progressivo abbandono della “nave che affonda” ha coinvolto anche la Thailandia che, dal proprio punto di vista, ha scelto di evitare una vera e propria grana. Bangkok ha così rinunciato alla vicepresidenza per il 2026 e alla presidenza nel 2027. Il KP, del resto, non incide sul comparto delle pietre di colore, che resta il vero interesse strategico del paese.
L’incarico è quindi passato al Ghana. La prospettiva africana adotta un approccio più prudente. «Il conflitto non è più limitato agli eserciti ribelli nella savana – ha spiegato Sammy Gyamfi, CEO del Ghana Gold Board – Oggi le comunità diamantifere non sentono più gli spari, ma subiscono la violenza dello sfruttamento, dell’espropriazione e dell’esclusione».
Ma questo era precisamente il punto emerso — e bocciato — già prima della crisi ucraina. E affrontare il tema delle comunità locali implica inevitabilmente chiamare in causa i meccanismi di potere degli Stati nazionali. Da qui, difficilmente si uscirà rapidamente.
La sintesi più lucida resta quella dell’IPIS (International Peace Information Service), che partecipa allo schema KP come ONG. IPIS denuncia da tempo, con ampia documentazione, l’obsolescenza della definizione di conflict diamond, la paralisi indotta dal principio dell’unanimità, l’ambito ristretto ai soli diamanti grezzi e l’inadeguatezza dei controlli. Dai suoi rapporti emerge chiaramente la frustrazione della società civile, che constata come le dinamiche politiche finiscano per soffocare la domanda di procedure credibili, nonostante i continui proclami etici.
Il Kimberley Process non è stato formalmente smantellato. Tuttavia, la combinazione di guerra, sanzioni e realpolitik ne ha svuotato la funzione originaria, trasformandolo in un meccanismo incapace di adattarsi alle dinamiche contemporanee della filiera diamantifera. Finché resterà ancorato a una definizione obsoleta e a una regola dell’unanimità che premia il veto, il KP continuerà a sopravvivere come mero esercizio procedurale. La credibilità etica del diamante globale, oggi, è più che mai a rischio.
Articolo di Paolo Minieri, pubblicato su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 22, Primavera 2026.



















