Questo contenuto è stato pubblicato per la prima volta su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia nr. 9 nel 2020. Le informazioni qui presenti sono pertanto aggiornate alla data di prima pubblicazione.
Sui depositi primari di corindone in Groenlandia i gemmologi hanno già prodotto rapporti accurati. Questi, concentrati nel Cratone del Nord Atlantico, principalmente vicino a corpi anortositici, anfibolitici e ultrafemici, sono spesso relativi a filoni felsici. I rubini, accostati a quelli del Mozambico perché ricchi di ferro, hanno una propria identità geologica. Le attività d’estrazione di pietre preziose, completamente meccanizzate, sono stare avviate nel 2017 in quella che era l’area più promettente, i terreni montuosi circondati da fiordi di Aappaluttoq (“rosso” in Groenlandese), a 150 km dalla capitale del paese, Nuuk. La posizione isolata è una vera sfida per le condizioni ambientali estreme, con temperature che raggiungono i -17° Celsius. Paradossalmente, la presenza di neve facilita l’estrazione mentre la stagione più calda aumenta le difficoltà a causa del fango.
La compagnia mineraria operativa è la Greenland Ruby AS, di proprietà della norvegese Leonhard Nilsen & Sons (LNS) che nel 2016 ha rilevato, dopo il fallimento, una società canadese sua debitrice, la True North Gems Inc. (TNG). La TNG era entrata in gioco già nel 2004 puntando ben presto tutte le sue risorse sui rubini della Groenlandia, dopo che s’era concentrata sui rinvenimenti di smeraldi nel sud-est dello Yukon e di zaffiri nella parte meridionale dell’isola di Baffin.

In Groenlandia il programma di sviluppo era ambizioso e consisteva nel trattare fino a 7 tonnellate di corindone grezzo con una resa prevista, come qualità gemma o quasi gemma, del 35%. 15 milioni di dollari sono stati investiti fino al 2016 nell’ambito di una strategia volta a penetrare nel mercato internazionale dei rubini approfittando del momento favorevole nel quale il Myanmar era sottoposto ad embargo. Quando però il piano di valutazione ambientale è stato finalmente approvato nel 2014, con rilascio della relativa concessione dal governo locale, ormai era troppo tardi ed il quadro internazionale era profondamente mutato rispetto a un decennio prima. La macchina estrattiva dei rubini grezzi dal Mozambico ormai era a pieno regime.
La ragione di questo ritardo nell’avvio della miniera risiede nel fatto che la Groenlandia è politicamente un paese nuovo. Dopo aver ottenuto l’autonomia amministrativa dalla Danimarca, il governo ha intravisto il fattore chiave per lo sviluppo economico proprio nell’esplorazione e nello sfruttamento della sua ricchezza mineraria (il 50% della riserva mondiale di terre rare, oro, minerale di ferro e uranio). Tuttavia, l’implementazione dell’estrazione di pietre preziose da Aappaluttoq, indicata come la mossa giusta per mettere in moto l’industria mineraria sino ad allora inesistente, è stata ostacolata dall’opposizione della 16th August Union, un’associazione di minatori locali che critica le nuove leggi e concessioni minerarie perché escluderebbero virtualmente la gente del posto dai benefici generati da depositi di rubini.
“So che alcuni gruppi in tutto il mondo vorrebbero che l’Artico fosse un museo naturale preistorico” – ha dichiarato il sindaco della Groenlandia meridionale, Jorgen Waever Johansen, nel 2014 in risposta alle lamentele degli ecologisti – “ma qui ci sono persone che vogliono un tenore di vita decente e sentirsi parte di un mondo globale”.

Bisognava allora completare gli investimenti, compito che s’è assunto la Greenland Ruby AS a livello infrastrutturale e di marketing, garantendo la continuità degli impegni nel campo dell’approvvigionamento responsabile e della sostenibilità ambientale. Per tale scopo è stata ingaggiata, come vicepresidente del ramo Vendite e Marketing, Hayley Henning, una figura impegnata da anni nel lancio della tanzanite. Le mosse di Henning sono stare rapide: ha messo in campo subito un proprio braccio CSR, The Pink Bear, una fondazione modellata sul tipo della Tanzanite Foundation con il compito di “sostenere la ricerca polare internazionale in tutte le discipline, proteggendo in modo particolare gli abitanti (umani, animali e vegetazione) della Groenlandia colpiti dai cambiamenti climatici e dando assistenza ai cambiamenti culturali”. Inoltre nel 2019 la Greenland Ruby AS è diventata il primo gruppo minerario del ramo gemme ad aderire al Responsible Jewellery Council. Questi passaggi hanno fatto sì che si potessero lanciare sul mercato i nuovi rubini con una precisa identità coniugando l’integrità ambientale e sociale con la tracciabilità della catena di approvvigionamento, tutto nell’immagine di bei cristalli rossi di tre miliardi di anni sul bianco del ghiaccio artico.“I rubini e gli zaffiri rosa della Groenlandia” – ha osservato Hayley Henning – “variano nelle dimensioni da 0,9 mm fino a circa 50 carati! Per loro natura, la nostra specialità sono i bellissimi cabochon, quindi anche se abbiamo qualche gemma, soprattutto di dimensioni più ridotte, che si può faccettare, avviene più spesso che da quelle più grandi si taglino dei cabochon”.

I rubini della Groenlandia si posizionano sul mercato tra le qualità medie/commerciali, dato che gran parte del materiale possiede sì una piacevole saturazione, ma deve essere trattata mediante risanamento delle fratture con fluidi e si presta quindi principalmente alla produzione di cabochon. Tuttavia gli strumenti di marketing avanzati messi in campo, che confluiscono in un report di accompagnamento che ne certifica l’origine, possono amplificare l’appeal e motivare una nuova richiesta. Nel dicembre 2018 il partner commerciale danese Hartmann, gioielliere del settore del dettaglio, ha creato una collezione di 70 pezzi con i rubini forniti dalla Greenland Ruby AS. Questi gioielli hanno fatto registrare il sold out prima della vigilia di Natale. Un buon inizio.
Gem News pubblicata su IGR – Rivista Italiana di Gemmologia n. 9, Primavera 2020



















